In distribuzione agli abbonati il Numero 2, anno 2009, di Due Sicilie

In allegato la presentazione del numero due (marzo – aprile) della rivista Due Sicilie che è in corso di distribuzione agli abbonati.

DUE SICILIE
nr 2 – anno 2009

Sommario

3. Largo ‘e Palazzo
4. Gaeta, 2009
5. 150 anni dopo
6. La Civiltà Cattolica
8. I Borbone
10. Non tutti sanno che …
11. L’avventurismo del Tesoro americano
12. Il Grande Archivio di Napoli
13. Il bergamotto, una magia svanita
14. Un risarcimento alla regione di emigrazione
15. Le autostrade del Mediterraneo
16. Intervista a S.A.R. Carlo di Borbone
17. L’Assedio (5)
25. Lo Scaffale duosiciliano
26. Chiavone
28. Il caso Pantelleria
30. Ipse dixit
31. L’Armata di Mare
32. Maria Carolina a Castelvetrano
33. Tanta miseria e poca nobiltà
34. La distruzione delle nazioni
35. I padani e le quote latte
36. Commemoriamo i 150 anni di unità
38. Le Voci di dentro

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Si accingono a festeggiare i 150 anni di unità
Ma da questo numero noi incominciamo prima di loro a ricordare chi erano questi avanzi da galera

I SAVOJARDI

I meno giovani ricorderanno senz’altro Josephine Baker, una ballerina di colore che usava come gonnellino un casco di banane. La Baker continuò ad esibirsi fino a tarda età: aveva adottato una decina di orfani ai quali assicurava un tetto e un percorso scolastico. I lettori ci scuseranno, e auguriamoci che anche Josephine dall’alto ci perdoni, il profano accostamento, almeno nell’abbigliamento, al guitto savoiardo.

L’ultimo dei Savoja, infatti, ha deciso di sollazzare i suoi sudditi con settimanali mossette, magari indossando un casco di cetrioli, dato che, al suo rientro in Italia, pubblicizzò a pagamento una ditta di sottoaceti.
Questa rivista non ha mai dato spazio ai Savoja e alle loro esternazioni.

La storia di questa famiglia è ben nota a chi, non lasciandosi abbindolare da favole e novelle propalate da pennivendoli e scribacchini prezzolati, sa leggere i fatti e conosce che la vera storia non è quella scritta dai sopraffattori.


Questi Savoja si caratterizzano per le continue buffonate che mettono in atto con la velocità della luce.

Dopo quella dei 250 milioni di euro, definita dallo stesso neoballerino: «una stronzata, chiedo scusa», eccone un’altra: «Ho accettato di partecipare a Ballando con le stelle per farmi conoscere; voglio dimostrare che so cominciare da zero. Che so lavorare duro».

Insomma ha appena chiesto scusa per una stronzata che se ne profila un’altra all’orizzonte.

Ma la “stronzata” (espressione però non consentita ai Principi) più grande è stata quella riportata sul Corriere della Sera del 21.12.2008: « … molti monarchici mi criticheranno, ma ho una famiglia e due figlie da mantenere».

Perché non manchi nulla alla famiglia magari si arriverà a uno spogliarello. Chissà.
A mettere in ridicolo la pretesa indigenza in cui vivono questi Savoja sarà opportuno per i lettori scorrere con attenzione le poche righe che seguono:

se miseria c’è, si tratta solo di una miseria morale infinita che trova la sua origine con uno dei capostipiti di questa schiatta e che non può che concludersi in modo ovvio ai nostri giorni.

Nel 1943, Vittorio Emanuele III, che storici prezzolati hanno chiamato “re soldato” (ma nominato da tutti sciaboletta a causa della sua statura quasi da nano), preparava da tempo in gran segreto una fuga per salvare le chiappe reali. Fuga organizzata con certosina precisione e che in seguito avrebbe spacciato per una fatalità che la casata dovette subire.

Il 3 agosto del 1943 fu segnalato, in transito per Iselle, diretto a Ginevra, un treno di ventuno vagoni piombati proveniente da Roma con ordini severissimi per la dogana perché non lo sottoponesse ai consueti controlli.

Il 2 settembre successivo, un altro treno di venti vagoni, sempre diretto a Ginevra, subì un banale incidente a Domodossola, dove i vagoni furono aperti e si vide che contenevano argenterie, quadri, mobili e vasellame.

Le “masserizie” dei Savoia venivano messe al sicuro.

Sempre tra il 3 agosto e il 2 settembre del 1943 il previdente monarca prelevava e inviava in Svizzera ben 15.930.000 di lire, spiccioli per le minute spese.

Il suo sodale, Badoglio, da fondi del Ministero degli Interni, si limitava a spedirne solo 14.875.000.

Ma la cosa che ancor più ripugna fu l’acquisto di titoli fatto dalla figlia Jolanda, sempre per incarico di sciaboletta, tra cui i più cospicui erano quelli del «Prestito della Vittoria» che il premier inglese Churchill aveva lanciato nel 1941. Sì, avete letto bene. L’Italia era in guerra contro l’Inghilterra e il comandante in capo delle regie FF.AA. italiane investiva i suoi risparmi occultati presso la banca inglese aiutando il nemico nell’acquisto di armi che avrebbero ucciso soldati italiani.

Sempre tra il 2 e il 9 settembre, il “re soldato” esonerava dai loro incarichi militari il figlio Umberto e tutta una serie di nobili parenti in modo tale che potessero prendere il largo senza in seguito essere accusati di diserzione. Destinazione per tutti Brindisi: le reali terga al sicuro e il Regio Esercito Italiano lasciato senz’ordini in balia dei tedeschi inferociti.

In questo episodio oltre alla viltà personale di Vittorio Emanuele III si rileva anche un cinismo mostruoso: per essere sicuro di poter scappare impunemente non comunicò ai reparti in armi la sua decisione e li abbandonò a se stessi causando migliaia di morti e migliaia di deportati.

Un comportamento certamente non da re, ma l’agiografia risorgimentale ha trasformato soggetti degni di un normale pernacchio (non quello di eduardiana memoria) in campioni di nobiltà.

Il primo esemplare fu Vittorio Emanuele II, il «re galantuomo» – «figlio» di Carlo Alberto, un lasagnone inconcludente, alto oltre due metri e poco meno la moglie – era un botolo scorreggiante adiposo, tanto volgare da far rivoltare la regina Vittoria.

In realtà, come ci svela don Sandro Tredici nella sua opera Dal Granducato al Regno unito (edito nel 1995 da ACOM, Cecina, via Gorizia 37), il vero figlio di Carlo Alberto era morto in un incendio nel palazzo dello zio Leopoldo, Granduca di Toscana, ma per problemi dinastici fu prontamente sostituito dal figlio illegittimo di una garzone di macelleria.

Ecco spiegata la evidente diversità di fisico e di carattere.

Un macellaio, insomma, e non tardò a dimostrarlo bombardando Genova nel 1848 e ordinando nel 1860 di mettere a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie pur di conquistarlo e rapinarlo delle sue ricchezze.

Lui ladro e mandante di stragi e rapine consentì che fosse dileggiato il legittimo Re delle Due Sicilie che non volle far scorrere il sangue nella sua capitale Napoli, dove lasciò nel Banco di Napoli tutte le sue sostanze, prontamente rapinate dal ladro dei due mondi.
Altro degno esemplare fu Umberto I, il cosiddetto «re buono», buono come le cannonate scaricate sui milanesi dal suo scherano Bava Beccaris o buono per i massacri in Sicilia per soffocare le pacifiche istanze dei lavoratori organizzati nei «Fasci Siciliani».

Con quale nome di battaglia passerà alla “storia” il padre del promettente neoballerino di Ballando con le stelle?

Bisognerà prendere in considerazione i suoi meriti per affibbiargli un titolo.

Vediamo: inquisito per traffico internazionale di armi, ospite delle galere francesi per omicidio, ospite di quelle lucane per incitamento alla prostituzione e corruzione. Che ne dite potrebbe andar bene: il re della mala?

Forse, vista l’irrequietezza del soggetto, ci saranno ancora altre possibilità per un titolo più “elevato”.
Quanto all’ultimo rampollo bisognerà dargli tempo. è ancora giovane, ma è esuberante e ha ancora tante possibilità, la fantasia non gli manca.

Intanto promette bene: dai cetrioli a ballerino della RAI.


Antonio Perrucci

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In distribuzione agli abbonati il Numero 2, anno 2009, di Due Sicilieultima modifica: 2009-03-02T19:19:00+01:00da tonyan1
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