Il borbonismo e il partito borbonico.

Revisionismo storico o legittimazione borbonica?

Il borbonismo e il partito borbonico.

Si sente parlare spesso dell’attuale processo di revisionismo storico avviato da varie associazioni culturali che fanno riferimento al periodo borbonico, ovvero ai 46 anni di Regno delle due Sicilie (1815-1861). Molti credono addirittura che un revisionismo borbonico nasce negli anni ’90 del secolo scorso. Niente di più sbagliato.

E’ giusto capire che un revisionismo storico, riferito all’italia meridionale, riguarda un popolo, una nazione e non certamente un apparato statale, altrimenti si rischia di svelare storia parziale in quanto il periodo di tempo a cui si fa riferimento è parziale rispetto a una storia ultrasecolare della nazione napolitana, nazione di cui orgogliosamente si vantava di appartenere anche l’ultimo Re Borbone di Napoli Francesco II.  Quindi va bene precisare sul periodo borbonico, ma per essere completi bisogna andare a ritroso nel tempo fino al periodo aragonese, angioino, svevo, normanno ed anche longobardo.

 Molti sono a conoscenza del fatto che nelle antiche Provincie Napolitane la monarchia è sempre stata sacra, al punto che i monarchici sono sopravvissuti anche con l’era repubblicana (anche se rivolti ai principi sabaudi). Questo è dovuto al fatto che subito dopo l’invasione del pirata Garibaldi al soldo del piemontese a sua volta a soldo dell’inglese, il sentimento borbonico, ovvero il legame che univa la popolazione ai Borbone, era molto forte e fece in modo che si istituissero dei capisaldi borbonici in tutto il Napoletano. Così, mentre Francesco II, dopo che aveva lasciato Napoli, si apprestava a lasciare anche Gaeta alla volta di Roma con residenza a Palazzo Farnese, sorsero, più o meno spontaneamente, dei circoli borbonici, delle vere e proprie cellule di legittimisti pronti a insorgere per ristabilire il Borbone sul trono di Napoli. 

 

Si formò così una vera e propria rete pronta alla rivolta antitaliana. Mentre dapprima ci si stava organizzando a Malta da cui sarebbero intervenuti sbarcando in Sicilia, molti Comitati borbonici nascono a Parigi, Lione, Bruxelles e Londra, e subito dopo si allargano anche ad altri  centri: a Corfù  la centrale d’azione è presieduta da Engelbert von Brackel, e opera come centro di raccolta di aiuti e di uomini; a Civitavecchia il Comitato agisce sotto la direzione di monsignor Lorenzo Randi e del generale Ferdinando Beneventano del Bosco; a Marsiglia, di certo la sede più dinamica, il generale Afan de Rivera e il vescovo di Sorrento lavorano alacremente in qualità di presidenti, avvalendosi della preziosa collaborazione dell’ex direttore della Polizia siciliana Salvatore Maniscalco.

 

A Malta restano invece alcuni nobili siciliani, diversi ex funzionari delle Intendenze e della  burocrazia dell’isola, e un nutrito numero di padri gesuiti e liguorini che scelgono il dispatrio più per ostilità nei confronti della  politica ecclesiastica dello Stato unitario che per un’adesione consapevole alla causa  di Francesco II,  pur accettando di trasformarsi, all’occorrenza, in pedine della cospirazione borbonica,

sperando in un rivolgimento politico funzionale ad una soluzione favorevole  della questione ecclesiastica italiana.

 Si struttura un vero partito borbonico a cui cerca di dare sostegno e visibilità anche il de’ Sivo con la pubblicazione del giornale La Tragicommedia, in uscita dal giugno 1861, ma soppresso dopo solo tre numeri dal liberale stato sabaudo-italiano.

 

Intanto il governo napoletano esule a Roma spera con trattative diplomatiche di avere consensi per riappropriarsi del Regno, ma l’obiettivo si rivela fallimentare già  alla fine di marzo, quando la Gran Bretagna sceglie la diplomazia sabauda come unica referente  accreditata a Londra, aprendo il varco ad una lunga serie di riconoscimenti ufficiali dello Stato italiano da parte delle altre potenze europee.

 

 Il brigantaggio, cioè il patriottismo popolare, vero braccio armato del partito borbonico, pur combattendo con il cuore non riesce ad avere la meglio sui sabaudo-italiani e sui traditori. Purtroppo nel 1866, pur combattendo contro l’Austria a fianco della Prussia per l’annessione del Veneto, l’italia riesce a domare la rivolta del “sette e mezzo” di Palermo, avviandosi così ad essere riconosciuta anche da altre potenze straniere. In questo modo si infrange il sogno di restaurazione borbonica.

 

Nel 1870 Francesco II lascia Roma alla volta della Francia e i legittimisti dei Circoli borbonici si infiltrano nel nuovo tessuto sabaudo-italiano conservando i loro posti preminenti e lasciando trasformare la lotta armata dei briganti in vere e proprie azioni di perfetti fuorilegge.


Ma il popolo difficilmente dimentica e così alla fine del XIX secolo ancora si poteva parlare dell’esistenza di un partito borbonico e non solo a Napoli. A Messina nel 1891 il Duca di Castellaneta osò dire che se i 160 mila abitanti di Messina udissero il cannone annunziare l’arrivo di Francesco II, tutti l’avrebbero seguito; chi per sentimento di fedeltà ai Borboni, chi per opportunismo, chi per sentimento di politica innovativa e chi per il malcontento verso il governo italiano.

 

 E così a gennaio del 1920, il Cav. Francesco Mazziotta potè ancora mettere a punto un vero programma per un Partito Borbonico. In effetti il sentimento e la memoria storica c’erano, ma non c’era organizzazione, così come era organizzato il partito socialista, il partito repubblicano, il conservatore, il partito cattolico modernista e l’anarchico. Nei suoi appunti Mazziotta ne spiega il motivo: “… noi legittimisti siamo completamente disorganizzati, ci contentiamo di rimpiangere il passato o di sperare nel miracolo del trionfo della Real Casa dei Borboni delle due Sicilie; di dolerci dell’abbandono del mezzogiorno d’italia o di augurarci un avvenire migliore; senza adoperarci con tutte le forze, al trionfo dei nostri principii o delle nostre aspirazioni. Non abbiamo direzione e siamo sfiduciati a volte, incerti sempre!”  Nella sua autocritica politica continua dicendo: “Il legittimista … è cattolico, è ordinato, direi quasi aristocratico, pacifico, solitario e,  per conseguenza, rifugge dalla cospirazione, dalla violenza, dal disordine, dalla piazza e dal lavoro settario.

E poi … e poi vorremmo essere tutti generali e niuno soldato. Pochi comprendono la nobiltà del sacrificio, la bellezza suprema della modestia e del dovere. Il sentimento di anteporre le antipatie o simpatie personali, il proprio io, alla santa causa del Re e della Patria, che sarebbe per ognuno di noi supremo dovere, questo sentimento nobile e generoso manca nei più!”

 

Ma il partito borbonico, pur avendo sogni legittimisti, è invece italianista. “Disfare l’italia? Non sarebbe politicamente giovevole.”  Questo dicevano i “legittimisti borbonici” e lo stesso Mazziotta, il quale intendeva una italia federale con la Sicilia confederata a Napoli ed al resto d’italia. Questo perché l’idea legittimista apparteneva al passato mentre per sopravvivere si doveva sottostare alle evoluzioni e al progresso dei tempi.

 Pare dunque che la contraddizione e il caos politico abbia sempre regnato sovrano nelle schiere borboniche. Ciononostante il tentativo del Mazziotta è stato l’ultima volta che il Napoletano abbia avuto una sua incidenza politica all’interno dello stato italiano, ma l’identità e il sentimento nazionale del popolo napolitano sopravviveva alle vili trasformazioni dei “signori” che dovevano custodirlo.

 

 Da quel momento il Napoletano ha contato politicamente meno che zero, sprofondando sempre più in un inconcludente meridionalismo e impantanandosi in un mondo prettamente culturale, direi quasi uno stato di rassegnazione o addirittura comatoso.

 

 Con la prepotente ascesa della lega nord sulla scena politica italiana, alla fine del 1993, l’attore napoletano Riccardo Pazzaglia, risponde costituendo l’associazione culturale dei “Neoborbonici repubblicani” e precisamente il 7 settembre sotto i torrioni di Castel dell’Ovo. Precisando a L’ARENA, giornale di Verona, il 9 settembre del ’93, Pazzaglia indica una riconquista culturale di Napoli e non politica e nemmeno avanzare idee legittimiste come restaurare il Regno delle due Sicilie, ne tanto meno portare Carlo di Borbone alla guida di Napoli.

 

 Il movimento si confrontò subito con l’idea leghista di Bossi e Miglio e politicamente, in modo ufficioso, prese la posizione del passato partito borbonico discutendo d’italia federale. Addirittura si costituì un vero stemma formato da sette gigli che rappresentasse il movimento culturale e la futura macroregione meridionale che sarebbe stato parte dell’italia federale.

 

Qual è dunque la meta di tale movimento? Ristabilire le due Sicilie? O forse mettere il Principe Borbone alla testa di una macroregione meridionale, sempre più impantanata in uno stato italiano anche se federale?

Volere l’italia al posto di uno stato napolitano indipendente è segno di tradimento, non solo per quei briganti che lottarono nel decennio subito dopo l’aggressione piemontese, ma è tradimento per i tanti che oggi inneggiano alle due Sicilie credendo in un futuro stato indipendente quando invece si lotta per ben altra cosa.

 Ecco perché alcuni di questi “legittimisti” hanno avanzato l’idea di “eliminare fisicamente” i veri indipendentisti di oggi, Patrioti Napolitani che vogliono, senza peli sulla lingua, uno stato libero e sovrano nell’italia meridionale. Persone che si stanno prodigando per un vero revisionismo storico, quello della Patria Napolitana.

 

 Se oggi c’è bisogno di un partito borbonico? Certamente. Come c’è bisogno di un partito longobardo, un partito osco-sannita, un partito magnogreco, insomma, organizzazioni politiche antimassoniche che facciano revisionismo completo.

 

 Più volte il Professor Zitara chiedeva la costituzione di un Comitato di Liberazione Nazionale, ma gli “unti del giglio” e altri meridionalisti, che hanno altri scopi, hanno pensato bene di coltivare il proprio orticello ignorandolo completamente. E hanno fatto pure in modo che la gente, confusa, non capisse bene la sacra richiesta di chi aveva capito e indicato la vera via da percorrere. Tale via è oggi intrapresa FLN – Fronte di Liberazione della Napolitania, unico vero movimento indipendentista

Antonio Iannaccone


Fonte: 

– www.sissco.it/

– Il Partito Borbonico negli ex regni di Napoli e Sicilia di F. Mazziotta, 1920

– Articoli di giornale

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Il borbonismo e il partito borbonico.ultima modifica: 2012-10-21T19:09:54+00:00da tonyan1
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