LE SCUOLE NAVALI per il lavoro

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LE SCUOLE NAVALI DEL

REGNO DELLE DUE SICILIE

 

Il Prof. Paolo Cutolo ci fa partecipi di un importante studio di Maria Sirago sulla nascita degli Istituti di Istruzione Navale nel Regno delle Due Sicilie.

Per competenze, caratteristiche ed organizzazione, tali scuole furono un vero e proprio primato in un settore egemonizzato dall’Inghilterra.

Buona lettura.

 

                 Cap. Alessandro Romano

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Scuole per il lavoro

La nascita degli istituti “professionali” meridionali nel dibattito culturale del secondo ‘700

Di Maria Sirago

 

Il nuovo programma pedagogico espresso da Antonio Genovesi a metà anni ‘50 nel suo Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, definito dalla Formigari il de ratione studiorum dei tempi suoi, prevedeva un’istruzione generalizzata, un “catechismo” civile, accademie congiunte di contadini, matematici e fisici, tramite la “volgar lingua”, cioè un linguaggio comune, la condizione per la costituzione di un senso comune, necessario ad ogni progetto di edificazione ‘borghese’2. In Genovesi per la prima volta venivano in luce l’intersezione fra i problemi teorici del linguaggio e i problemi della prassi pedagogico-linguistica3, soprattutto nell’ambito della creazione di una scuola pubblica, statale, gratuita e diffusa in tutti i ceti sociali. Nel secondo ‘700 l’abate salernitano ebbe un ruolo di rilievo nel dibattito culturale napoletano arrivando a teorizzare, dopo lunghi anni di discussioni e lezioni universitarie, un nuovo pensiero pedagogico applicato alla riforma del sistema scolastico del 1767, quando fu creata la scuola pubblica, statale e gratuita in cui si doveva dare ampio spazio alla lingua italiana, da lui usata fin dagli anni ‘50 nelle sue lezioni universitarie4.

Egli, introdottosi tra gli anni ‘30 e ‘40 del ‘700 nell’ambiente degli intellettuali progressisti napoletani, o novatores, raccolti intorno a Celestino Galiani e Bartolomeo Intieri, ne divenne ben presto l’”anima”5. Dopo aver aperto una scuola privata, in cui ebbe molto “concorso”, mostrando di essere “nato per fare il professore”, nel 1741 ottenne una cattedra di metafisica all’Università grazie alla protezione del Galiani6. Tra gli anni ‘40 e ‘50, venuto a contatto di un gruppo di studiosi e mercanti toscani raccolti attorno all’Intieri, dalla metafisica passò pian piano alla meccanica ed all’economia7, il che è fedelmente riflesso anche nella tematica linguistica del mercatante da lui espressa nelle sue varie opere8.

Proprio per il suo interesse verso l’economia, soprattutto quella inglese, lo stesso Intieri lo scelse per la cattedra di “meccanica e … elementi di commercio”, la prima in Italia, da istituirsi con un fondo di 7500 ducati offerti dal ministro toscano a condizione che le lezioni fossero tenute in “buona lingua italiana”; ed i corsi, approvati dal re il 16 marzo 1754, iniziarono nel novembre successivo 9.

In quello stesso periodo alcuni intellettuali mostravano le loro riserve verso una alfabetizzazione di massa, che avrebbe potuto condurre la plebe a degli eccessi10; invece il Genovesi ribadiva la necessità della diffusione della cultura ad ogni livello e di uno strettissimo legame tra l’economia e l’educazione. Le sue teorie pedagogiche vennero sviluppate ampiamente nel Discorso, una delle opere più significative dell’Illuminismo meridionale, in cui l’abate notava che l’unica via praticabile per una riorganizzazione e rifioritura economica e sociale del Mezzogiorno era quella della diffusione in ogni ceto sociale, specie quello popolare, delle scuole di leggere, scrivere ed abaco11. Tali idee si rafforzarono sempre più nel corso degli anni, specie dopo la carestia del 1764, quando la situazione economica e sociale del Meridione venne messa a dura prova. Egli nelle sue Lezioni di commercio12 ribadiva un punto fondamentale e prioritario, il rapporto tra la cultura e le arti e l’importanza delle arti e delle scienze per lo sviluppo civile della nazione13. Durante gli anni di insegnamento di economia civile egli radicalizzò le sue iniziali intuizioni sulla funzione positiva delle scienze e delle arti, indicando in esse la vera forza motrice della storia. Veniva chiaramente espresso il rapporto tra la diffusione dell’istruzione e lo sviluppo delle arti; ma era lo Stato a dover intervenire direttamente nel campo dell’istruzione, promuovendo una scuola statale, laica, gratuita non solo per i ceti superiori ma soprattutto per quelli popolari, “artisti, marinari, pastori” per i quali dovevano essere creati “collegi d’arti ne’ quali s’istruiscano de’ doveri e delle arti”14. Tutto ciò si ricollegava alla politica mercantilistica propugnata tra gli anni ‘30 e ‘40 dal Grimaldi, dal Borgia, dal Contegna, dal Pallante e dal Broggia che nei loro scritti riprendevano le teorie già diffuse in Europa, auspicando un rinnovamento della politica economica, in primo luogo attraverso la riorganizzazione degli organi di controllo del commercio15, attuata nel 1735 con l’istituzione di una “Giunta di Commercio”, sostituita nel 1739 dal “Supremo Magistrato di Commercio”16.

Anche nel campo dell’istruzione il Galiani si fece promotore di progetti per promuovere una ripresa dell’Ateneo napoletano, auspicata da tutto l’entourage dei ministri napoletani, in primo luogo da Bernardo Tanucci 17.

Un cambiamento radicale si ebbe però solo dopo il 16 settembre 1767, quando fu promulgato il decreto di espulsione dei Gesuiti, ratificato il 18 marzo dell’anno seguente con “Editto generale”, ed i loro collegi passarono alla direzione statale. Da allora l’istruzione scolastica fu riordinata completamente secondo i nuovi principi innovativi già propugnati dal Genovesi della gratuità e della laicità degli insegnamenti; nel contempo fu introdotto, lo studio dell’italiano come materia a sé stante in tutti i livelli di istruzione, il cui uso nella cattedra di commercio tenuta dal Genovesi aveva già suscitato un ampio dibattito negli ambienti culturali napoletani18.

Dopo l’espulsione dei Gesuiti fu creata una “Giunta degli abusi” a cui fu affidato il compito di riorganizzare la nuova scuola statale pubblica, gestita dall’Azienda di Educazione, sulla impalcatura del precedente sistema scolastico. I Collegi ex gesuitici, incamerati dallo Stato, furono resi gratuiti con editto regio del febbraio 1768, ma furono regolati secondo un metodo quanto più possibile simile a quello gesuitico, sperimentato per due secoli e difficile da mutare, anche per la mancanza di maestri laici con un buon livello di istruzione19.

Il Tanucci, desideroso di apportare un progetto innovativo nell’ambito dell’istruzione scolastica, il primo dicembre 1767 chiese ad Antonio Genovesi di collaborare con Giacinto Dragonetti, a cui era stato affidato il riordinamento scolastico, per una riforma della “casa” del Salvatore, l’ex Collegio Massimo e futura Università, e degli altri collegi ex gesuitici sia napoletani che provinciali. Il Genovesi, riprendendo le teorie pedagogiche espresse da molti anni, si mise subito all’opera, redigendo in due giorni un “piano delle scuole” in cui auspicava un insegnamento su libri di testo regolamentari e proponeva di inserire una cattedra di lingua italiana, memore della sua esperienza personale. Egli ribadiva poi uno dei principi basilari già espressi negli anni ‘50 nelle sue lezioni universitarie20, quello dello sviluppo dell’insegnamento popolare non solo per gli artigiani, i contadini e i marinai, ma anche per le donne, future educatrici delle nuove generazioni, e soprattutto per “i poveri, gli oziosi, i vagabondi” per i quali i ricoveri mantenuti dalla carità come l’Albergo dei Poveri, fondato nel 1751, dovevano diventare “nell’istesso tempo scuole della pietà e delle arti”, cioè si dovevano trasformare in “scuole professionali”21. L’alfabetizzazione della plebe avrebbe così giovato al progresso economico e sociale della nazione ed avrebbe scongiurato i pericoli che potevano scaturire dall’ignoranza e dall’emarginazione popolare.

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Nel “piano” del 1767 riproponeva anche il principio dell’istruzione tecnica da porre accanto a quella classica, come anello di congiunzione per gli studi superiori, ribadendo: “Subalterna a tutte queste Scuole stimo di doversi piantare un’ampia Scuola di leggere, di scrivere, di abaco prattico, di piccolo Catechismo, dove si allevino nei primi anni i figli degli artisti e dei bassi cortigiani, e si preparino alle Scuole più alte quei fanciulli che si destinano per le Scienze. Niuna scuola mi sembra tanto necessaria quanto questa. Poichè la prima perfezione delle arti nasce dal dirozzamento di quei che vi si impiegano, e i paesi dove il leggere, lo scrivere, l’abaco è più universale [come l’Inghilterra], son anche i più gentili, i più dotti e atti a far ogni cosa” 22. Redatto il “piano”, l’anno seguente il Genovesi ebbe l’incarico di esaminare i candidati al concorso bandito per assegnare gli insegnamento nei Collegi provinciali23. Ma la morte lo colse il 23 settembre, non permettendogli di portare a termine quanto progettato.

Le sue proposte furono in gran parte accolte, specie nell’ambito dell’ istruzione professionale. Infatti alcuni collegi ex gesuitici furono trasformati in ricoveri per orfani con scuole di arti e mestieri, come quello di Sant’Ignazio al Mercato, divenuto il collegio del Carminello, in cui furono accolte trecento fanciulle orfane da istruire nei lavori donneschi e nelle manifatture tessili e nei primi rudimenti dell’alfabetizzazione24 o quello di San Giuseppe a Chiaia, divenuto scuola nautica per trecento fanciulli orfani di marinai che dovevano apprendervi in particolare “l’arte del pilotaggio”25. Inoltre fu creato il “Reclusorio” di Nola per accogliere un congruo numero di vagabondi e fannulloni, “di numero seicento … per ora, minori di venti anni, da aumentarsi sino a mille, per migliorarsi di costume, perfezionarsi in qualche arte o mestiere” tramite alcuni “laboratori di arti” creati lì appositamente ed istruirli anche nei primi elementi dell’alfabetizzazione, “e uscirne poi provveduti di tutti gli utensili necessari all’arte, che avevano appresa per andarla ad esercitare in qualche città del Regno”26.

Il sistema però, secondo il volere del Tanucci, rimase quanto più simile a quello gesuitico, anche se i metodi dovevano essere migliorati. Dei diciannove insegnamenti proposti dal Genovesi fu approvato quello di leggere, scrivere e abbaco in ogni scuola ma non furono istituite le cattedre di agricoltura, di disegno, architettura teorica previste per un diverso corso di studi; e non fu approvata neanche l’istituzione della cattedra di “lingua eloquenza e poesia toscana” visto che non si voleva rinunciare al latino, il mezzo di trasmissione culturale usato fino a quel momento27, base della Ratio studiorum, il sistema scolastico organizzato dai Gesuiti a fine ‘50028. Venivano però accettati i principi basilari e più innovativi del “piano” genovesiano, in particolare quello della scolarizzazione di massa, ratificata nel 1768 con l’apertura di 21 scuole “minori”, o secondarie, nella sola Napoli insieme alle “pubbliche Scuole e Collegi gratuiti per educare la gioventù povera nella pietà e nelle lettere, i conservatori per alimentare e ammaestrare gli orfani e le orfane della povera plebe nei mestieri a loro corrispondenti, i reclusori per li poveri invalidi e per li validi vagabondi che togliendosi all’ozio onde erano gravosi e pericolosi allo Stato, si rendono utili con l’istruirli nelle arti necessarie alla società”29.

Pochi anni dopo la morte del Genovesi, nel 1773, Giuseppe Gorani aprì un dibattito sull’acculturazione delle classi popolari, battendosi perché l’istruzione fosse diffusa in ogni ceto sociale, soprattutto in quello popolare30, in una visione non più tecnica, ma politica e sociale31. Ed a Napoli tale opera fu ben presto assimilata dagli intellettuali meridionali: uomini come Longano, Galanti, Palmieri, Grimaldi, impegnati a capire la realtà del Mezzogiorno, ponevano la loro attenzione su temi fondamentali come la feudalità, i demani, ecc., e soprattutto sul modo di ottenere lo sviluppo agrario e commerciale ed il progresso tecnico, che potevano scaturire solo da una capillare istruzione pubblica, secondo la lezione genovesiana32. Ma fu Gaetano Filangieri a teorizzare una riforma della società di antico regime attraverso una capillare riforma legislativa, dove il tema della pubblica educazione occupava un posto fondamentale, in particolare per assicurare la formazione delle specifiche capacità lavorative33. Ma nel 1777 si dové procedere ad un ridimensionamento del progetto scolastico, visto che i fondi non erano sufficienti. Il 26 settembre Giuseppe Beccadelli-Bologna, marchese della Sambuca, successo al Tanucci l’anno precedente, propose una nuova riforma per il Salvatore, rifacendosi alle proposte genovesiane non ancora attuate34. La “caduta” del Tanucci e la relativa svolta politica devono aver senza dubbio influito nel proseguimento della linea politica fino ad allora perseguita35. In questo periodo iniziava una diversa fase della produzione legislativa36: si attenuava infatti quell’atteggiamento di fiducia sentito dopo l’espulsione dei Gesuiti, quando si pensava di poter ottenere finalmente una scuola del tutto laica e moderna nelle sue istituzioni. A dieci anni dalla loro espulsione i ministri napoletani si erano resi conto della complessità di un’opera di riforma che si voleva contrapporre alla tradizione gesuitica, ormai consolidata da due secoli. Inoltre notavano la difficoltà di reclutare numerosi insegnanti laici, in grado di esercitare un insegnamento adeguato, soprattutto ai livelli superiori, per cui furono costretti a chiedere ad alcuni religiosi di impartire almeno l’insegnamento primario del leggere e scrivere e aritmetica, i primi rudimenti di grammatica latina e italiana ed il catechismo37. L’unica vera novità fu quella dell’introduzione della cattedra di “Eloquenza italiana” nel Salvatore, come proposto dal Genovesi nel 176738.

Si decise inoltre un ridimensionamento per le scuole “professionali” in quanto le casse statali registravano un grave deficit e non erano più in grado di mantenere l’apparato creato col regolamento del 1770. Fu nominata una “Giunta di economia” che decise di prendere drastiche misure, in particolare la chiusura di tutti i convitti provinciali riaperti nei collegi ex gesuitici, tranne quelli di Bari e Catanzaro39. Inoltre la Giunta il 12 maggio propose la chiusura di alcune “regie scuole”, decretata il 29 settembre, come il “Reclusorio di Nola”, i cui occupanti confluirono in parte nell’Albergo dei Poveri ed in parte, se giovani ed abili, nel collegio nautico di San Giuseppe. In quest’ultimo collegio i posti furono ridotti da 300 a 200 e lo stesso fu stabilito per il Carminello, con l’obbligo di controllare attentamente lo stato di povertà degli ammessi e, in caso di pari condizioni, di far ricorso alla “bussola o sorteggio”40. Infine fu chiusa la scuola nautica della Cocumella in Sorrento, aperta anch’essa nel 1770, e gli alunni meritevoli furono trasferiti in San Giuseppe 41. Non si era perso però l’interesse per le scuole “professionali”: quella nautica di San Giuseppe venne controllata direttamente dal cavaliere Giovanni Acton, fin dal 177942, anno in cui era stato nominato direttore della Segreteria di Marina per riorganizzare tutto il settore, che versava in una grave crisi43, secondo i dettami del “Catechismo nautico” del sacerdote procidano Michele Scotti44. Ed in quella del Carminello l’abruzzese Domenico Cosmi, preposto dal 1788 al governo degli istituti di educazione di Napoli, tra cui il collegio femminile del Mercato, introdusse la lavorazione della seta, elaborando un “Catechismo per la tessitrice”45 applicato poi nella “Colonia” di San Leucio, fondata a fine anni ‘80, in cui si era introdotta una simile lavorazione46. Inoltre nell’Albergo dei Poveri furono introdotti vari macchinari per incrementare le produzioni tessili47. Poi nel 1784 fu introdotto un nuovo sistema scolastico, il “metodo normale”, “per istruzione della Gioventù di ogni ceto nelle lettere umane”48, utilizzato per la prima volta in via sperimentale l’anno seguente con alcuni marinai49 e poi istituito stabilmente nelle scuole nautiche di Piano di Sorrento nei due “terzieri” di Meta e Carotto, riaperte nel 178750. Tale metodo, applicato dal 1788 anche nella “scuola normale” istituita nella “Colonia di San Leucio” e nell’Albergo dei Poveri, divenne obbligatorio per tutte le scuole dal 1789, anno in cui fu promulgato l’editto di fondazione delle “scuole normali” in Napoli e nelle province e la loro gestione fu affidata ad una “Delegazione”. Nel contempo fu aperta nel Monastero dei Celestini di San Pietro a Maiella in Napoli una “scuola normale capitale” per l’istruzione dei futuri maestri laici. Tra il 1792 ed il 1793 furono aperte 155 scuole di cui 40 nella sola Capitale51. Secondo il Galanti le “scuole normali” avevano la finalità di rendere “comune il leggere, lo scrivere, il numerare per mezzo di una istruzione semplice, breve, chiara, ordinata”, in modo da dare “una istruzione non solo uniforme ma sicura”, senza i terribili castighi in uso fino ad allora, già vituperati dal Genovesi.

In conclusione il Galanti ribadiva: “si attende ad imparar per genio, … per principi”, non con la coercizione, il che avrebbe dato certamente migliori risultati52.

Il “metodo normale” fu introdotto nel Regno ad opera dei padri Celestini Ludovico Vuoli e Alessandro Gentile, inviati a Rovereto per apprenderlo, dopo che era stato già diffuso con successo nelle scuole primarie di Germania ed Austria. Nelle “scuole normali” si volle privilegiare il sistema di insegnamento collettivo, sostituito a quello individuale fino ad allora in uso. Perciò nella terza classe, l’ultima del corso, dal settimo al dodicesimo mese nel dopo pranzo erano previsti tre quarti d’ora di “lettura e regole della lingua italiana” da commentare collettivamente53; nel contempo erano previsti esami pubblici per presentare i progressi compiuti dagli alunni.

Le “scuole normali”, identificabili con le prime scuole elementari gratuite, furono finalizzate soprattutto alla formazione professionale. Ad esempio i marinai delle scuole nautiche di Piano di Sorrento in tre anni apprendevano la lingua italiana, sentita ormai lingua nazionale. Ad essa poi venivano affiancate anche le lingue straniere, soprattutto spagnolo e francese, di cui si apprendevano i primi rudimenti; ma non veniva tralasciato lo studio del latino, usato ancora per apprendere in modo corretto la sintassi italiana e le sue regole, mutuate da tale lingua54. Solo in epoca francese si sentì l’inutilità di tale sistema, per cui si propugnò l’abbandono della lingua latina e della “retorica”, considerate inutili per i marinai e piloti, a cui si doveva sostituire uno studio più accurato del francese, la lingua dell’Impero55. Invece le “scuole normali” femminili del Carminello, e quelle maschili e femminili di San Leucio e dell’Albergo dei Poveri, erano meno articolate, con un insegnamento limitato ad una generale alfabetizzazione primaria, visto che in tali istituti si privilegiava un più specifico apprendimento delle “arti” introdotte con nuovi sistemi e nuovi macchinari56. Anzi, per non distogliere gli allievi dalle loro attività lavorative, la scuola era frequentata per una sola ora al giorno, preferibilmente di sera57.

Ma la crisi di fine secolo, che portò alla “Repubblica Partenopea”, si fece sentire anche nell’ambito dell’istruzione scolastica58: infatti molte scuole normali furono chiuse per mancanza di fondi ed una ripresa si ebbe solo nel “decennio francese”59.

 

 

Note

Il Discorso, composto nell’estate autunno 1753, fu pubblicato nel volume Ragionamento sopra i mezzi più necessari per rifiorire l’agricoltura del P. Abate U. Montelatici con un discorso di A. Genovesi regio professore di etica, sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, il tutto dedicato al sig. Bartolomeo Intieri, Napoli, 1753, ora in A. Genovesi, Scritti economici, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, a cura di M. L. Perna, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi filosofici, 1984.

2 L. Formigari, Filosofia, linguistica, eloquenza civile, senso comune, in Teoria e pratiche linguistiche nell’Italia del Settecento, “Annali della Società italiana di studi sul secolo XVIII”, Bologna, 1984, pp. 61-81, pp. 61 e 65-68.

3 A. Pennisi, Filosofia del linguaggio e filosofia civile nel pensiero di A. Genovesi, in “Le forme e la storia”, 1980, 3.

4 F. Venturi, Settecento riformatore, I, Da Muratori a Beccaria 1730-1764, Torino, Einaudi 1969, cap. VIII, La Napoli di Antonio Genovesi, pp. 523 ss.

5 R. Ajello, La vita politica napoletana sotto Carlo di Borbone. “La fondazione ed il tempo eroico” della dinastia, in Storia di Napoli, Napoli (1970¹), 1976, IV, pp. 445-726, pp. 692 ss.

6 F. Venturi, cit, p. 600.

7 F. Venturi, cit., pp. 552 ss.

8 A. Pennisi, Filosofia …, cit., e Grammatici, metafisici, mercatanti. Riflessioni linguistiche nel Settecento meridionale, in Teoria …, cit., pp. 83-107, pp. 94 ss.

9 F. Venturi, cit., pp. 552-53 e 562 ss.

10 E. Chiosi, Intellettuali e plebe. Il problema dell’istruzione elementare nel Settecento napoletano, in Sulle vie della scrittura. Alfabetizzazione, cultura scritta e istituzioni in età moderna, Atti del Convegno di studi, Salerno 10-12 marzo 1987, Centro Studi “Antonio Genovesi” per la storia economica e sociale, a cura di M. R. Pelizzari, Napoli 1989, pp. 353-74, ora in Lo spirito del secolo. Politica e religione a Napoli nell’età dell’Illuminismo, Napoli, Giannini, 1992, cap. III, pp. 79ss.

11 A. Genovesi, Discorso …, cit.; cfr anche A. Broccoli, Educazione e politica nel Mezzogiorno d’Italia (1767-1860), Firenze, La Nuova Italia 1968, p. 35, ed E. Chiosi, Lo spirito…, cit., p. 80.

12 Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile da leggersi nella cattedra intineriana dell’ab. Genovesi regio cattedratico. Parte prima nel primo semestre, Napoli, 1765, e Parte seconda nel secondo semestre, Napoli, 1767, ora in Riformatori napoletani, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli, 1962, da cui si cita.

13 V. Ferrone, “Le scienze e le arti” nel riformismo genovesiano, relazione al convegno Antonio Genovesi: filosofia e riforme, Vico Equense, 2-4 maggio 1985, cit. in E. Chiosi, Lo spirito …, p. 81, n. 4.

14 A. Genovesi, Delle lezioni …, cit., p. 227.

15 R. Ajello, Gli “afrancescados” a Napoli nella prima metà del Settecento. Idee e progetti di sviluppo, in I Borbone di Napoli e i Borbone di Spagna, a cura di M. Di Pinto, Napoli, Guida, 1985, 2 voll., I, pp. 115-92.

16 I. Zilli, Carlo di Borbone e la rinascita del Regno di Napoli. Le finanze pubbliche 1734-1742, Napoli, ESI, 1990.

17 F. Amodeo, Le riforme universitarie di Carlo III e di Ferdinando IV di Borbone, in Atti dell’Accademia Pontaniana, 32, 1902, Mem. n. 7, pp. 1-30; cfr. anche D. Balani, S. Carpanetto, M. Roggero (a cura di), Materiali di studio e ricerca. L’organizzazione della cultura nell’Italia del ‘700. Istruzione ed Accademie, Facoltà di Scienze Politiche, Storia Moderna, prof. G. Ricuperati, Università di Torino, 1974, pp. 49 ss.

18 Archivio di Stato, Napoli (d’ora in poi ASN), Casa Reale Amministrativa (d’ora in poi CRA), 1477. In tale volume sono contenuti tutti gli atti riguardanti l’espulsione dei Gesuiti: l’editto del 18 luglio 1768 è ai ff. 140-14v.; cfr. anche M. Sirago, L’insegnamento del latino nelle scuole del Regno di Napoli nel ‘700, Atti dell’Octavus Conventus Internationalis Academiae Latinitatis Fovendae, Lovanio-Anversa, 5-6 agosto 1993, in corso di stampa.

19 ASN, CRA, 1473/21 (editto per il Salvatore, ex Collegio Massimo).

20 Biblioteca Nazionale di Napoli (d’ora in poi BNN), ms. XIII B 92, Elementi del commercio (appunti manoscritti di A. Genovesi del III anno accademico, 1757-1758), in F. Venturi, cit. pp. 364 ss.

21 Venturi, cit., pp. 380-83.

22 ASN, CRA, 1473, testo del “piano” del 3/12/1767 trascritto in A. Zazo, Antonio Genovesi e il suo contributo alle riforme scolastiche nel napoletano, in “Samnium”, 1929, pp. 41-68, pp. 54-7 (poi in Ricerche e studi storici, Benevento, 1933, I, pp. 22-46), il documento fino alla scoperta dello Zazo era conosciuto in modo frammentario dal testo dell’allievo di Genovesi, G.M. Galanti, Elogio storico del signor abate Antonio Genovesi, riportato in D. Balani, S. Carpanetto, M. Roggero, cit., pp. 90-120.

23 ASN, CRA, 1473, lettere del 2 gennaio e 4 giugno 1768 sulla scelta dei maestri per le nuove scuole, in Zazo, Antonio Genovesi …, cit., pp. 57-68.

24 L. Guidi, Le prime educatrici del genere umano. Scuola e alfabetizzazione femminile a Napoli nell’Ottocento pre-unitario, in Sulle vie della scrittura …, cit., pp. 473-501, poi in L’onore in pericolo, Napoli, 1991, cap. VII, L’alfabetizzazione.

25 M. Sirago, La prima istruzione nel collegio per gli orfani dei marinai di San Giuseppe a Chiaia di Napoli e nelle scuole nautiche di Piano di Sorrento nel Settecento, in Sulle vie della scrittura …, cit., pp. 423-57

26 ASN, CRA, 1317, regolamento per le “case di educazione” del “reclusorio” di Nola, del “conservatorio” del Carminiello e di San Giuseppe a Chiaia (1770).

27 M. Sirago, L’insegnamento …., cit.

28 Ratio studiorum, a cura di M. Salomone, Milano, 1979.

29 D. Gatta, Collezione dei Regali dispacci, III, Napoli, 1764-1769; cfr. anche A. Zazo, L’istruzione pubblica e privata nel napoletano (1767-1860), Benevento, pp. 15-16.

30 G. Gorani, Saggio sulla pubblica educazione, Londra, 1773.

31 Chiosi, Lo spirito …, cit., pp. 86-7.

32 E. Chiosi, Lo spirito …, cit., pp. 87ss.

33 G. Filangieri, La Scienza della legislazione, Libro IV: Delle leggi che riguardano l’educazione, i costumi e l’istruzione pubblica, in Illuministi italiani, V, Riformatori italiani, a cura di Venturi, cit., pp. 735 ss.; cfr. anche Chiosi, Lo spirito …, cit., pp. 92 ss.

34 A. De Sariis, Codice delle leggi del regno di Napoli, Napoli, 1796, IX, pp. 47-9.

35 F. Renda, Bernardo Tanucci e la Sicilia, in I Borbone di Napoli e Spagna, cit., pp. 251-90.

36 F. Fusco, Il problema della istruzione primaria nel Regno di Napoli nel sec. XVIII attraverso le fonti normative, in Sulle vie della scrittura ….., cit., pp. 313-25.

37 ASN, Segreteria e Ministero dell’Ecclesiastico, 634, ff. 62-63, “Real dispaccio” del 5/12/1778; cfr. anche Sirago, L’insegnamento del Latino …., cit.

38 ASN, Cappellano Maggiore, 1177/23, “Piano dell’Università degli Studi a cura del Marchese della Sambuca”, 29/9/1777.

39 A. Zazo, L’istruzione …, cit., pp. 23ss.

40 ASN, CRA, 1373, 12/5/1777, relazione su un piano di riforma di San Giuseppe e del Carminiello e dell’abolizione del “Reclusorio” di Nola, e decisione favorevole della Giunta, 29/9/1777.

41 Sirago, La prima istruzione …, cit.; Ead., La tradizione marinara e la scuola nautica di Piano di Sorrento, Sorrento, Di Mauro, 1989.

42 ASN, CRA, 1482, ff. 36-37, 17/2/1779, visita dell’Acton al collegio di San Giuseppe.

43 G. Nuzzo, L’ascesa di Giovanni Acton al governo dello Stato, in “ASPN”, III s., XIX, 1980, pp. 437-537.

44 M.E. Scotti, Catechismo nautico ovvero de’ particolari doveri della gente marittima, Napoli, 1788; cfr. anche G. Palumbo, Dal remo, dalla zappa e dalla chiesa. Fonti archivistiche e testimonianze letterarie per uno studio su lavoro e religione nell’isola di Procida, negli Atti dell’Accademia Pontaniana, XLIV, 1996.

45 ASN, Archivio Borbone, 321, Catechismo della Filanda, della Voltatrice, del Filato, dell’Incannatorio, della Pianta del Filato, della Maestra del Camerone del Pelo, Maestra della Trama, dei Telai, per il Ben Ordine, per Ben Pignere la Tela, per Ben Rimettere la Tela, per Ben Steccare i Pettini, per Far ben Tirare la Seta; Regole gernerali per Ogni Sorta di Telajo, in G. Incarnato, Le ‘illusioni del progresso’ nella società Napoletana di fine Settecento, Napoli, 1993, Parte II, Tra rigori modernizzatori e aspettative di assistenza, cap. I, S. Leucio rivisitata: dalla rigenerazione attraverso il lavoro … ai procacciatori di commesse di stato, pp. 5-108, pp. 37-38.

M. Battaglini, La fabbrica del re. L’esperimento di San Leucio tra paternalismo e Illuminismo, Roma, Lavoro, 1983.

46 Moricola, cit.

47 ASN, Dispacci dell’Ecclesiastico, 486, f. 268, 22/9/1774.

48 Zazo, L’istruzione …, cit., p. 34.

49 Sirago, La tradizione marinara …, cit.

50 Zazo, L’istruzione …, cit., pp. 33ss.

51 G.M. Galanti, Della descrizione geografica delle Sicilie, a cura di F. Assante – D. Demarco, Napoli, ESI, 1969, 2 voll., II, pp. 84-5.

52 Zazo, L’istruzione …, cit. Appendice IV, “Tabella oraria delle scuole normali di Napoli”, 1790.

53 Sirago, L’insegnamento del latino …, cit.

54 Zazo, L’istruzione …, cit., p. 131 e cap. III.

55 Guidi, L’onore …, cit.; Moricola, cit; Battaglini, cit.

56 Battaglini, cit.

57 Zazo, L’istruzione pubblica …, cit., pp. 61ss.

58 V.G. Carignani, Le scuole normali in Napoli nel sec. XVIII, Napoli, 1875.

 

LE SCUOLE NAVALI per il lavoroultima modifica: 2009-11-30T09:49:00+00:00da tonyan1
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