09/02/2010
Baia, il satellite riscopre un teatro romano
a pochi metri dalla costa visibili gli antichi resti della cavea della Villa di Cesare
Baia, il satellite riscopre un teatro romano
Opera d'età imperiale nei fondali del castello aragonese
NAPOLI - Era il lontano 1956, quando Raimondo Bucher - ufficiale pilota da caccia – scoprì durante una ricognizione aerea, giacere a soli pochi metri dalla linea di costa, un'intera città romana collocata sui fondali del golfo di Pozzuoli. Come ebbe a dire poco dopo, durante un'intervista: «Era da poco passata la guerra, uscivo di pattuglia sul mare partendo dall'aeroporto di Capodichino. Dall'alto, in una giornata caratterizzata dalla straordinaria limpidezza del cielo e del mare, intravidi forme sottomarine simmetriche e regolari. Incuriosito, decisi pertanto di scattare dal cielo alcune fotografie, che ancora oggi restano per la loro limpidezza, testimonianza ineguagliata. Dopo lo sviluppo ebbi la sconcertante sorpresa: dalle stampe apparvero nella loro chiarezza quelle che inequivocabilmente erano mura, strade, e costruzioni di un'antica città sommersa. Erano i resti della antica città romana di Baia».
OPERA MURARIA - Oggi, a soli poco più di 50 anni di distanza, ritornando a “sorvolare” la zona interessata dai ritrovamenti è stato possibile osservare (grazie all'ausilio di moderni strumenti di telerilevamento satellitare), accanto a quelle antiche strutture d'età imperiale che giacciono in fondo al mare individuate dal Capitano Bucher, resti di un'opera muraria non ancora degnamente esplorata. Rilevati nei fondali della collina del Castello Aragonese, emergono per le loro caratteristiche essenziali, i resti di una particolare struttura dalla forma geometrica a semicerchio, che richiamano la pianta classica di un antico teatro romano d'età imperiale. La struttura, che si trova a pochi metri di profondità, è rivolta in direzione sud-est ed era capace di ospitare fino a 5.000 spettatori. Gli spalti, sfruttando la naturale conformazione del terreno, degradavano dolcemente dalla collina verso il mare. Stilisticamente il manufatto mostra una perfetta ed inalterata forma semicircolare interrotta da una murazione, forse utlizzata come fondale.
SPETTACOLO NELLO SPETTACOLO - Presumibilmente, ricalcando la linea di costa dell'antica «Baiae», offriva alle rappresentazioni del periodo uno scenario unico e inimitabile direttamente sul mare. Più elementi inducono a pensare che si tratti del famoso Teatro di Cesare in quanto la struttura risulta facente parte di un più ampio complesso residenziale definito Villa di Cesare (a conferma di quanto sostiene Tacito secondo il quale la villa di Cesare era posta su di un'altura dominante il golfo di Baia) successivamente inglobato nell'attuale fortezza Aragonese. Un grandiosa villa romana dunque i cui resti e il suo teatro si conservano inalterati ancora nelle profondità del nostro mare.
Antonio Cangiano
12 gennaio 2010(ultima modifica: 13 gennaio 2010)
Da: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/...
16:58
Scritto da : tonyan1
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LA DIRETTISSIMA DEI BORBONI
Il Comitato Barletta provincia, chiede alle FF.SS. una direttissima pensata dai Borboni
Il progetto risale al 1846 e prevede una linea ferroviaria tra Barletta e Napoli
di La Redazione
I primi passi per chiedere la realizzazione di un'infrastruttura così importante sono stati già compiuti dal Prof. Vincenzo Piccialli, segretario amministrativo del Comitato di Lotta “Barletta Provincia”.
L'iniziativa parte dopo il ritrovamento di un progetto fatto redigere dai Borboni nel 1846 che descrive e prospetta la realizzazione di una linea direttissima Barletta-Napoli lunga 204 Km e che oggi correrebbe parallela, all’incirca, all'autostrada A16 Napoli (Salerno)-Canosa, lunga 172,5 Km.
“Sulla scorta di questo importante e significativo documento – spiega Piccialli - ho ritenuto, a nome del Comitato di Lotta Barletta Provincia di intraprendere già i primi passi nei confronti di Italferr che, per conto del Gruppo delle Ferrovie dello Stato, si occupa materialmente della realizzazione delle infrastrutture ferroviarie, comprese quelle dell’Alta Velocità/Alta Capacità”.
“Ribadendo loro – continua il professore - il fondamentale concetto che l’auspicata realizzazione di questa grande opera infrastrutturale offrirebbe straordinarie opportunità di sviluppo per tutte le aree interne circostanti del Mezzogiorno d’Italia, ivi comprese quelle della Basilicata, attualmente emarginata dalle grandi reti di comunicazione”.
Secondo Piccialli per questa linea ferroviaria sono possibili due e importantissimi interscambi: uno all’altezza del casello autostradale di Candela e della stazione ferroviaria di Rocchetta Sant’Antonio e l’altro con Avellino.
“Facendo convergere su di essi – spiega - nel primo, le linee di comunicazione provenienti dal Foggiano, dal Potentino (area industriale Fiat di Melfi compresa), dal Materano e dalle aree interne delle Murge (configurandosi questo, di fatto, come lo scalo di Foggia per l'Alta Velocità); nel secondo convergerebbero le linee dell’intera Irpinia, con possibile snodo verso la vicina Salerno e, da qui, verso la Calabria e la Sicilia”.
Il progetto ad Alta Velocità e ad Alta Capacità è stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica nel corso dell'ultima dell'assemblea popolare intercomunale che si è tenuta al Circolo Unione di Barletta, dove si è trattato, tra l'altro, delle fermate degli Eurostar per Roma.
Un progetto che il professor Piccialli ritiene possa essere considerato alternativo o complementare a quello solamente ad Alta Capacità, attualmente in itinere tra la Puglia e la direttrice Tirrenica.
Il vecchio progetto preparato all’epoca dei Borboni nel 1846, rivisto nel 1920 da un progettista dell’epoca, tal ing. Dini, è stato di recente riscoperto dal Comitato nelle pieghe di una relazione pubblicata nel 1930 da una organizzazione sindacale dell’epoca, “sull’importanza storica, commerciale, industriale, agricola, culturale e demografica della città di Barletta”.
“Evidentemente – osserva Piccialli - i Borboni nell’800 avevano ben intuito, con acuta ed oggettiva lungimiranza, che il percorso più breve dall’Adriatico al Tirreno parte da Barletta, anticipando i progettisti degli anni ‘60 dell’autostrada A16”.
“ E’ risaputo – dice - che ad una minore distanza corrispondono tempi di percorrenza più bassi e costi inferiori delle tariffe ferroviarie, così come quelle dei pedaggi autostradali. Non per niente, tutte le linee ad alta velocità, in Italia, corrono ragionevolmente parallele alle autostrade. E con i moderni elettrotreni, la distanza di 200 Km sarebbe coperta oggi in meno di un’ora”.
Spiega ancora il professore: “Una linea ferroviaria direttissima ad Alta Velocità ed Alta Capacità dall’Adriatico al Tirreno consentirebbe di prolungare il tracciato del Corridoio europeo n.8 Bari-Varna fino a Napoli, collegandosi in maniera più veloce e diretta al Corridoio Europeo n.1 Berlino-Palermo”.
“Così con tale grande opera infrastrutturale prospettata ed auspicata sin dall’800 – aggiunge - il Mezzogiorno d’Italia, connesso con tutto il suo sistema dei trasporti (costituito oggi da strade, autostrade, ferrovie, porti) diverrebbe la chiusura più ideale e naturale della maglia ferroviaria europea: obiettivo che la stessa Rete Ferroviaria Italiana traccia nel suo piano di sviluppo degli itinerari fondamentali per il Sud”.
Intanto “ottenere la fermata a Barletta degli Eurostar Fast veloci Frecciargento con partenza: da Bari alle 7,16 e alle 17,16; da Roma alle 14,45 e alle 19,45; rappresenta, oltre che un’effettiva necessità delle nostre popolazioni, un chiaro e forte segnale politico proveniente da questo territorio nei confronti di chi sta operando le scelte sull’Alta Velocità /Alta Capacità in Italia”.
“Apprendo con sorpresa, però, - continua il professor Piccialli - che il prossimo Consiglio comunale di Barletta monotematico, convocato sull’argomento Eurostar, ha posto all’ordine del giorno un’altra questione: e cioè che venga ripristinata, sulla tratta Bari –Roma, la corsa di un Eurostar (oggi soppressa) che partiva da Barletta, nel vecchio orario,alle 6,14. Che è tutt’altra cosa – conclude - rispetto alle fermate degli Eurostar Fast veloci Frecciargento, tutt’ora in orario e che non fermano a Barletta e nella nostra Provincia BT”.
da: ANDRIALIVE
09:50
Scritto da : tonyan1
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L’irrinunciabilità e l’urgenza di uno Stato Meridionale indipendente
di Nicola Zitara
L’Italia è una società che sta andando in pezzi. Reagiscono soltanto gli stronzobossisti che, come i corvi de “La peste”, si lanciano a satollarsi sulla carogna in putrefazione. Lo stesso sindacato è un reale nemico del Sud perché si allea effettivamente con la parte egemone del territorio italiano, dove garantisce la Cassa Integrazione Guadagni, mentre malignamente dimentica la disoccupazione meridionale.
Il Mezzogiorno paga duramente la crisi per l’assenza di un suo stato indipendente. Ma cos’è lo stato? Qual è la funzione nella nazione di appartenenza (o eventualmente in un mondo con un solo stato)?
La funzione dello stato cambia al cambiamento dei rapporti giuridici di produzione. Stato è una parola astratta che si concretizza, secondo i dettami dei giuristi, in un territorio, in un popolo e nella sovranità su entrambi. I primi due elementi sono intuitivi, il terzo elemento è alquanto complesso e mutevole nel tempo. La sovranità non è infatti riducibile al potere militare né a quello di esercitare la giustizia penale e civile. Neanche possiamo restringere gli aspetti economici della sovranità al fatto fiscale e alla spesa pubblica. Lo stato, o meglio il potere umano che lo dirige, invade settori vastissimi della economia privata e familiare.
La Grecia antica e Roma fondavano colonie per offrire terreni coltivabili alla popolazione in soprannumero. Altri esempi: a Roma repubblicana e imperiale vigevano calmieri per ogni derrata alimentare. L’Annona distribuiva pane, olive e olio ai proletari. Nel Regno di Napoli, e credo dovunque, il prezzo del grano era fissato per decreto reale. Si tratta di esemplificazioni, relative al passato, ma basta avere un’idea del contenuto di un codice civile di qualunque nazione moderna per convincersi che lo stato disciplina ogni aspetto dei rapporti di produzione e di scambio. Per un diverso aspetto, attraverso la spesa pubblica interviene direttamente nella vita economica e nelle attività capitalistiche della nazione. E’ questo potere che sta alla base dello storico divario tra Nord e Sud dello stato italiano. Fu infatti il governo unitario ad evirare il Banco delle Due Sicilie e a permettere alla Banca Nazionale di Genova e di Torino di moltiplicare per cento la sua circolazione fiduciaria; furono i governi nazionali a stroncare la rivoluzione agraria in atto nel Meridione al tempo della guerra doganale con la Francia. Più vicino a noi è il caso della Ricostruzione postbellica a partire dal 1946-1947 allorché il Sud fu sacrificato sull’altare del rilancio del triangolo industriale Genova-Torino-Milano e delle cooperative emiliane. Del tutto attuale è la clamorosa beffa del dirottamento delle risorse comunitarie, destinate al Sud, a favore delle industrie centrosettentrionali in crisi.
Oggi in Italia più del 50% delle risorse prodotte nazionalmente sono incassate e ridistribuite dallo stato. La cifra può spaventare ma bisogna riflettere anche che i servizi pubblici e la spesa per investimenti migliorano l’esistenza attuale e quella futura. Diversamente che nelle società contadine i sistemi tributari moderni non affamano i produttori-consumatori ma si limitano ad incidere il surplus prodotto da ciascun membro della società.
Popolazione e territorio sottoposti ad una sovranità non sono uniformi. Esiste un cliché dell’italiano o del francese ma si tratta di cliché fasulli. Ci sono i ricchi, i poveri, i meridionali, e i settentrionali, i capitalisti e i proletari, le zone di alta occupazione e le zone di disoccupazione. Spesse volte queste ultime sono create deliberatamente da chi governa. Si sostiene che alla partenza una o più regioni di un Paese nel momento dell’avvio del suo decollo industriale esprimessero dei gruppi dirigenti più agguerriti; che disponessero di vantaggi geofisici, ad esempio: fiumi navigabili, miniere di ferro o di carbone. In Italia questo tipo di vantaggi fu legato alle cascate alpine al tempo della prima industrializzazione. Logicamente tali richiami servono a farci dimenticare la politica di emissioni cartacee bancarie fortemente favorevole alle regioni del triangolo Liguria-Lombardia-Piemonte.
Nella stessa Napoli borbonica l’interland napoletano, che era il più avanzato industrialmente a livello italiano, fu fortemente favorito dalle emissioni di carta bancaria da parte del Banco delle Due Sicilie. Fatta l’unità d’Italia, la Nazione Napoletana e la Nazione siciliana (Siculi e Jtalòi ) perdettero ogni difesa militare e quindi bancaria. La difesa militare si trasferì ai confini della Padana col risultato di mettere il Sud nelle mani di un esercito nemico. La secolare attrazione centripeta di Milano su tutta l’area padana e sulle sue città ex capitali partorì una capitale d’Italia diversa da Roma nella pratica, anche se non nella forma. Roma divenne un emissario politico degli interessi specifici delle classi capitalistiche emergenti in Padana. Questa è storia nota più o meno a tutti.
Il problema che qui si vuole evidenziare è che la degradazione di Napoli da capitale di uno stato a capoluogo di provincia coinvolse i settori capitalistici emergenti al tempo di Ferdinando II. Questi non ebbero la forza politica, sebbene disponessero di risorse sufficienti, di mettersi alla pari con la classe dirigente padana e di pretendere, ed imporre, che l’intero Mezzogiorno sostenesse se stesso e non lo sviluppo padano.
Il ritorno all’indipendenza è necessario e urgente per sopperire allo squilibrio che dura da 150 anni. Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. La Regione Lombardia ha 4000 addetti, la Regione Sicilia, un po’ meno popolosa, ne ha 23000. Ovviamente si tratta di assistenza carpita all’intera nazione, ma ad essere corrotti non sono solo i politici siciliani. La politica nazionale, non volendo affrontare i problemi siciliani ha creato una classe “cuscinetto” a favore dell’unità politica. Discorso consimile si può fare per tutte le mafie meridionali, le quali si adoperano a calmierare le possibili ripercussioni sociali e politiche della disoccupazione con un drenaggio di profitti realizzati nelle altre parti del Paese e, pare, in tutto il mondo.
Il punto nevralgico del discorso è proprio l’inoccupazione meridionale.
Statisticamente nel Nord italiano sono attive 67 persone (su 100 in età di lavoro), mentre il Sud ne ha meno del 50 %. La differenza di 17 punti percentuali suggerisce che l’inoccupazione colpisce 3.500.000 lavoratori su un totale di 20.000.000 di abitanti. Uscire da questa trappola non è, a rigor di logica, impossibile, basterebbe produrre le sedie su cui ci sediamo, i chiodi, i profilati ferro, le lampadine, i libri scolastici e non scolastici, i computer, i televisori, le biciclette, i palloni di cuoio e le palle di gomma, e molte altre cose ancora tutt’altro che appartenenti all’empireo della modernità. Ma dove troveremo le risorse per fare tutto questo? Faremo come fece Ferdinando IV restaurato e come fece l’Italia unita: fonderemo lo sviluppo sulla moneta creditizia e sulla accumulazione primitiva bancaria.
09:47
Scritto da : tonyan1
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LI DISSERO BRIGANTI...ERANO EROI

Di Pino Marino
La conquista del Regno delle Due Sicilie -da parte dei piemontesi- avvenuta con l'appoggio decisivo, della massoneria, della Gran Bretagna e della Francia; provocò -fin dai primi giorni della dittatura di Garibaldi- e poi per gli anni successivi, la guerra di resistenza generalizzata, delle popolazioni del Regno, a favore di Francesco II di Borbone. Decine di migliaia di persone insorsero, armi in pugno, in tutto il territorio continentale (proprio come sessant'anni prima ai tempi delle insorgenze antifrancesi e dell'epopea sanfedista del cardinale Ruffo), scatenando una rivolta insurrezionale che mise in seria difficoltà i garibaldini prima, e soprattutto, l'esercito e il governo piemontese nei primi anni unitari.
Pur autodefinendosi apportatori di libertà e di giustizia, i Piemontesi non concepivano che un popolo potesse battersi, contro di loro, in difesa del proprio paese. Chi ad essi si opponeva non poteva essere che un volgare brigant. E questo termine, con cui si indicavano i delinquenti comuni, fu immediatamente adottato per indicare i patrioti del Sud. La mistificazione fu talmente evidente che, dopo tre anni di “guerra al brigantaggio” , nell’ex-Regno delle Due Sicilie, i brigant aumentavano a dismisura.
Massimo D’Azeglio, nel 1861, si domandava: “come mai a sud del Tronto sono necessari sessanta battaglioni e sembra non bastino: Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate”.
Nel parlamento del neonato Regno d’Italia, a Torino, Il deputato Ferrari, (liberale e milanese di nascita) nel novembre 1862 gridava in aula: "Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli.
Persino Nino Bixio, autore dell’efferato eccidio di Bronte, nel ‘63 proclamò, sempre in Parlamento: "Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. Signori, se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue". Non vi è un paese, un villaggio, un angolo nel Foggiano, in Puglia o in tutto il Sud, dove non si raccontino storie di Briganti. Se ne parla però come di ladri gentiluomini, ma anche malfattori. Come novelli Robin Hood o come volgari assassini. Ma non per quel che, davvero, essi furono: patrioti. E’ vero. Essi rubavano, o rapivano uomini dietro pagamento di un riscatto. Eppure godevano dell’appoggio incondizionato delle popolazioni, nonostante le malefatte. Come si spiega? I detrattori (incredibilmente ce ne sono ancora molti, anche nostrani, sui quali è preferibile stendere un velo pietoso) motivano il consenso popolare, con il fatto che: “i Briganti rifornivano di viveri la gente”. Un argomentazione, in verità, goffa ed assai debole, se si considera il numero totale dei Briganti e quello della popolazione. Semmai fu vero il contrario. I guerriglieri (usciamo dall’insulto, usando un termine più appropriato) non godevano di finanziamenti e le armi di cui erano dotati provenivano o dalle azioni contro i Piemontesi o da veri e propri “Blitz” negli accampamenti nemici o nelle caserme della “guardia nazionale”: la formazione militare, organizzata nei vari paesi dell’ex-Regno dai traditori liberali, che avevano preso in mano i municipi.
La guardia nazionale, al soldo dei “galantuomini filo-piemontesi”, era composta da abitanti dei paesi -una vera e propria anticipazione degli “Ascari” di Mussoliniana memoria-le truppe Abissine che combattevano nelle fila dell’esercito italiano, contro i propri conterranei.
I guerriglieri si accanirono e furono particolarmente spietati con la guardia nazionale, poiché composta da “spergiuri e traditori del Re e della Patria”.
I Borbone, da sempre, guardavano ai bisogni del popolo. Avevano abolito la feudalità: ”poiché tutti devono essere uguali” ed introdotto gli “Usi civici sui terreni”, affinchè chiunque, godesse di un pezzo di terra. Ferdinando II, all’inizio del suo regno intorno al 1832, aveva ri-censito i terreni: togliendoli a chi non potesse dimostrarne la proprietà. Recuperò migliaia di ettari che destinò in uso civico al popolo, ma, è ovvio, i grandi proprietari, i galantuomini -che quei terreni detenevano- non gradirono; ed attesero il momento buono per liberarsi della dinastia Borbonica. E quando arrivarono i Piemontesi, battezzandosi “liberali”, armarono la guardia nazionale e presero il potere, in nome dei Savoja. Un colpo di mano, preventivamente architettato, con agenti “Cavourriani”, ed in combutta con la Massoneria.
Tutti ricordano i “Carbonari”, pochi sanno che la “Carboneria” è il primo livello della loggia massonica.
Si sa le guerre costano; ed ai guerriglieri servivano soldi, per le armi e per il loro sostentamento. In qualche modo bisognava pur fare e poiché: “in amore ed in guerra tutto è permesso”, se li procuravano ai danni dei sedicenti “liberali”,di quei famosi galantuomini, “spergiuri e traditori del Re e della Patria”. Chi credete fosse l’oggetto dei loro furti e delle estorsioni? Il popolo che li spalleggiava o qualche proprietario rimasto fedele alla Patria?
L’acredine popolare, nei confronti dei galantuomini, sfociò in odio, quando, avendo necessità di denaro, i Savoja, decisero la vendita dei beni catastali e di quelli della chiesa. I signori liberali gestirono le vendite in prima persona (erano sindaci e componevano le giunte) . Si divisero i panni di Cristo! Una vera e propria “carneficina erariale”. In cambio di quattro soldi, nacque allora il latifondo, sicuramente la principale causa del mancato sviluppo, anche attuale, del meridione.
Così il cerchio era chiuso.
Quei terreni, fino ad allora in “uso civico” o in “fitto” (a costo irrisorio, perchè ecclesiastici), acquisiti dai galantuomini, vennero tolti a migliaia di contadini che, restati senza alcun sostentamento, nel bel mezzo di una guerra, di meglio non trovarono che la strada dell’emigrazione verso le Americhe. Comincia qui, e per questo motivo, il grande esodo. L’emigrazione, nel Regno delle Due Sicilie, era fino ad allora fenomeno sconosciuto. Basta guardare le statistiche per rendersene conto.
I galantuomini, avevano , però fatto i conti senza dell’oste, perché se fino ad allora i guerriglieri li tormentavano in quanto traditori, ora erano divenuti gli affamatori del popolo, quelli che avevano tolto il pane alla gente, immiserendola e scacciandola dalla loro casa, il sacco era pieno e l’insofferenza popolare stava per esplodere.
Era l’alba di un bel mattino del 1861. Urbano Camerotta, sergente del disciolto esercito delle Due Sicilie, giungeva in vista di Troja. Grande era in lui la commozione, mancava dalla sua città ormai da troppo tempo. L’invasione sabauda, la sconfitta nella battaglia del Volturno e la caduta di Gaeta –con la fine del Regno- lo avevano visto protagonista. Indossava ancora la giacca blu del suo reparto, il 4° reggimento fanteria “Principessa”, aveva viaggiato di notte per non essere catturato dai piemontesi. La vista della natia collina ed il pensiero che, da lì a poco, avrebbe riabbracciato sua moglie, gli dava grande sollievo.
Raggiunse la sua casa, fra due terre, e bussò alla porta. Non ebbe risposta. Provò ancora, ma niente. Sentendo rumore, si affacciò alla finestra la commara del piano di sopra e, singhiozzando, raccontò ad Urbano di come, Letizia, fosse stata malmenata e ridotta in fin di vita, dai militi della guardia nazionale. Era la moglie di un sottufficiale del Real esercito, ormai divenuto nemico in casa sua… Urbano sobbalzò, non poteva credere a quanto udiva. Non fece in tempo a chiedere altro che, dal fondo della strada, risuonarono degli spari. Erano le guardie nazionali di ronda che, riconosciutolo, lo aveva preso di mira. Il sergente prese a correre e mentre fuggiva, dalla finestra, la commara gli urlò “Caruso!.. Caruso!..” non ne capì subito il significato, ma ben presto lo scoprì. Letizia, era stata prelevata da due guerrigliere del gruppo Caruso di Torremaggiore; che, portatala al loro accampamento, l’avrebbero curata salvandole la vita.
Proprio là, qualche giorno dopo, Urbano la riabbracciò ed iniziò così la sua vita da partigiano borbonico, passando anche con i gruppi Schiavone di S. Agata e con quello ben più ardito e famoso di Carmine Crocco, operante tra Capitanata e Melfitano, composto da oltre 2000 uomini.
Catturato dai piemontesi sarà fucilato a Lucera il 12 gennaio 1863. Gli trovarono in tasca la formula del giuramento che ogni guerrigliero doveva prestare, per entrare nel gruppo e indossare la coccarda rossa con il giglio borbonico, simbolo dei legittimisti :
Noi giuriamo davanti a Dio
e dinanzi al mondo intiero di essere fedeli al nostro
augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II
(che Dio guardi sempre);
e promettiamo di concorrere con tutta la nostra anima
e con tutte le nostre forze a combattere i cani piemontesi,
invasori del nostro sacro suolo e ladri di ogni nostro avere,
per restituire al trono dei suoi avi
il nostro amatissimo e legittimo sovrano Francesco II
Noi giuriamo davanti a Dio
di rivendicare tutti i diritti del nostro Santo Padre Pio IX
e della Santa chiesa e di abbattere il lucifero infernale
Vittorio Emanuele e i suoi complici, rinnegati traditori
della nostra Patria e della nostra religione
Con l’effusione del sangue di ogni combattente,
per la libertà del Regno delle Due Sicilie,
dal Tronto alla Capitanata, dalla Sicilia al Molise,
noi lo promettiamo e lo giuriamo
Il clima in quei giorni, in tutta la Capitanata era infuocato, Nicola Beccia, nella sua “Cronistoria di Troja”, riporta che:” La città fu disseminata di pezzi d’artiglieria in tutte le strade, poiche la popolazione minacciava di insorgere…” in ogni centro si susseguivano manifestazioni in sostegno dei Borbone. Il rito era più o meno identico dappertutto. Il popolo calpestava e bruciava i quadri di Garibaldi e Vittorio Emanuele, rimetteva al loro posto quelli di Francesco II e Maria Sofia, dopodiché, per protesta contro le nuove amministrazioni comunali abusive, dava fuoco agli archivi municipali.
La risposta dello stato unitario-savojardo, a questi fatti, fu la promulgazione della famigerata “Legge Pica” del 20 agosto 1863; con la quale si condannava a morte chiunque, anche solo sulla base di un sospetto. Fu l’inizio di una indiscriminata repressione sanguinaria, che porterà a circa un milione di morti nell’ex-Regno, oltre a 54 paesi rasi al suolo. I piemontesi usavano metodi spicci, ammazzavano contadini spacciandoli per briganti senza troppi problemi. Dopo le fucilazioni, si facevano scattare lugubri foto-ricordo assieme ai cadaveri. Questi, insepolti, venivano distesi nelle strade quale monito. In molti casi gli veniva mozzata la testa ed esposta all’imbocco del paese.
Lo storico Franco Molfese, nel suo monumentale volume “Storia del brigantaggio dopo l’unità” (Feltrinelli) così si esprime: In Capitanata, il Comandante piemontese Mazé de la Roche non ebbe problemi ad incendiare case e pagliai o a fucilare individui per il solo fatto che circolavano fuori dai centri abitati o trasportassero alimenti. Mogli di briganti erano state condannate ai ferri a vita, come manutengole (complici). Fanciulle inferiori ai dodici anni, figlie di briganti, avevano subito condanne di 10 o 15 anni, quando non a morte, dopo il giudizio sommario di tribunali militari, improvvisati alla men peggio in una cascina o sotto un albero.
Fonte: Note di Pino Marino su Facebook
09:29
Scritto da : tonyan1
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08/02/2010
Quando il “nemico” riconosce una sconfitta
11:44
Scritto da : tonyan1
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