La stazione Bayard come museo.

La stazione bayard come museo 

 di PIETRO TRECCAGNOLI

Se ne sta perdendo la memoria. Se chiedete in giro quasi nessuno sa dirvi che quel rudere sbarrato di corso Garibaldi, tutto tufo e vegetazione selvatica, tra la Circumvesuviana e la sede della II Municipalità, è la Stazione Bayard. Detto così neanche si chiarisce più di tanto. Nel 1836 venne firmata la concessione ferroviaria a vantaggio dell’ingegner Armando Giuseppe Bayard de la Vingtrie.jpgMa se ricordate che è la stazione di partenza della borbonica ferrovia Napoli-Portici, la prima strada ferrata d’Italia, inaugurata il 3 ottobre del 1839, allora la mente oscilla tra la meraviglia e l’indignazione. Ma come? Proprio quella? In altri paesi del mondo, diciamo la Francia, le antiche stazioni dismesse diventano musei, come quello magnifico d’Orsay. Un nome a caso. Da anni c’è un progetto di restauro, firmato da Aldo Loris Rossi ed Emilia Gentile. Dovrebbe nascere il Museo delle comunicazioni viarie e un centro di informazioni turistiche. Dopo anni, la situazione si è sbloccata, grazie a un finanziamento del ministero dei Beni Culturali che ha già deciso di stanziare una prima tranche di soldi (tagli alla Finanziaria permettendo, potrebbe aggirarsi intorno ai 700mila euro). È la prima fermata per la rinascita. Per l’11 febbraio è previsto un incontro a Palazzo San Giacomo per definire i dettagli dell’intervento, perché l’edificio è di proprietà comunale. «È ancora poco, ma è una battaglia che non lasceremo cadere» spiega Luigi Rispoli, consigliere provinciale di An, che da anni s’è incaponito per restituire a Napoli un pezzo importante della sua storia e che sta seguendo da vicino l’operazione Bayard. «È anche un modo per contribuire al rilancio di un’area della città di grande interesse, che sta scivolando nel degrado totale. Per i turisti l’edificio potrebbe essere la porta d’accesso all’area archeologica di Ercolano e di Pompei». La Bayard è attualmente irrangiungibile. Sebbene le strutture portanti reggono, è a rischio crolli da quando è stata definitivamente sbarrata e cinta da un muro. La parte sana è utilizzata dagli uffici della Municipalità. Ha avuto una strana e infelice sorte, questo monumento dell’orgoglio meridionale. Quando fu costruita la stazione di piazza Garibaldi, già nel primo decennio post-unitario, fu dismessa e l’area utilizzata in vario modo fino a che durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, fu devastata dall’esplosione di una nave carica di munizioni nel porto. Negli anni cinquanta divenne la sede del dopolavoro ferroviario. Nacque il cinema Italia, che d’estate funzionava anche all’aperto. Il terremoto dell’80 diede la mazzata finale alla Bayard. La Napoli Portici fu la prima linea ferroviaria.jpgSolo una parte è stata recuperata e affidata agli uffici pubblici. Dove c’era l’arena all’aperto ora ci sono un campo di calcetto e delle giostrine. L’ala sud è in buono stato di conservazione, mentre una parte consistente del vecchio edificio riservato ai viaggiatori è ancora in piedi, ma a vederlo stringe il cuore. Osservata da dietro è una grande bocca di macerie e di alberi che stanno sgretolando le mura. Resistono pilastri portanti, con la rivestitura di mattoncini di cotto. Qualche fregio è più forte dell’incuria. Ci vuole una buona dose di fantasia per rivederla in sesto, perlomeno la parte nord, quella messa peggio. Secondo il progetto, la stazione dovrebbe essere collegata alla Circumvesuviana, una sorta d’ingresso d’onore. Ma soprattutto sarà un museo. Sulla testata dei binari potrebbero essere collocate alcune locomotive e carrozze d’epoca, come quelle che si trovano a Pietrarsa. Cambierebbe tutta la prospettiva di questo angolo di Napoli. Qui, quando i Borbone inaugurarono il loro gioiello tecnologico, c’erano «botteghe lorde». L’antico nome era Fosse del Grano. Area mercantile e di scambi. Nei secoli la vocazione è rimasta e pure la lordura. La locomotiva che trainava il primo treno era stata battezzata «Vesuvio».jpgBasta abbassare gli occhi dalla scritta sull’obelisco dedicato al passaggio di Garibaldi per vedere i cassonetti per l’indifferenziata e, superando il ribrezzo per la puzza di pesce marcio, scoprire sulla base del monumento risorgimentale due alici appiccicate e fetenti che neanche i gatti gradiscono.

 

 

 

da: Il Mattino del 27/01/09

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