Pagate Savoia! Gaeta lancia il contrassedio.

ANTONIO CIANO LANCIA DALLE PAGINE DELLA STAMPA DI TORINO UNA GRANDE OFFENSIVA MEDIATICA CONTRO LE ANGHERIE SUBITE DA GAETA E DA TUTTO IL SUD!!

Pagate Savoia! Gaeta  lancia il controassedio

Un'immagine dell'assedio di Gaeta.jpg

La città pretende 500 milioni di risarcimento per i bombardamenti «piemontesi»del 1861

Di Pino Aprile

GAETA (LATINA)

Per i 150 anni dell’Unità d’Italia, la città di Gaeta chiederà ai Savoia il risarcimento dei danni dell’assedio del 1861: 500 milioni di euro, pari a 2 milioni di lire dell’epoca. Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto volevano 260 milioni per i 54 anni di esilio subìto. Noi, per migliaia di morti e la città distrutta ci teniamo bassi. Gaeta non aderì mai al Regno d’Italia; potrebbe pretendere l’autonomia, non applicare le leggi varate durante il regno dei Savoia; riprendersi i beni demaniali incorporati da questo Stato. Divideremo il risarcimento con le altre città “eccidiate” dai Savoia: decine».

Antonio Ciano, 61 anni, assessore al demanio a Gaeta, autore di «I Savoia e il massacro del Sud» e «Le stragi e gli eccidi dei Savoia», ex comunista, fondatore del Partito del Sud, sostiene l’iniziativa, confortato da legali e giuristi.

«Gaeta, dal 1861 al 1914, chiese più volte il rimborso delle devastazioni di quattro mesi di bombardamenti. Ancora oggi – protesta Ciano – gran parte della città è demaniale, non ci appartiene. Per passeggiare sul lungomare (solo un quarto è comunale), si paga dazio allo Stato; per far andare a scuola i bambini, gli dobbiamo versare un canone. Nel 2001 ci siamo ribellati. Non paghiamo: un milione di euro di arretrato».

Le violenze .

Tecnicamente, le richieste di risarcimento dei danni di guerra di Gaeta sono irricevibili, perché il Piemonte non dichiarò guerra al Regno delle Due Sicilie. Lo invase e basta. «E noi lo chiediamo a chi volle l’invasione e ne godette i benefici: i Savoia». Che c’entrano i pronipoti? «Non hanno rinunciato all’eredità. Chi si tiene i vantaggi, si prende pure i debiti. Reclameremo il sequestro dei gioielli della corona, custoditi dalla Banca d’Italia; e ci rifaremo sui loro beni personali».Che vuol dire che la città non aderì all’Italia dei Savoia? «Il generale Cialdini convocò gli amministratori per farlo – spiega Ciano, con documenti – si presentarono 5 decurioni (consiglieri comunali) su 25. Per legge, ci voleva la maggioranza dei due terzi. Se ne accorse Cavour, che chiese un elenco di notabili della città. La Gazzetta Ufficiale pubblicò l’atto con quei nomi: un falso (storico) in atto pubblico».

Cialdini, per assediare la fortezza, impose «a tutt’i gaetani che abitavano fuori dal forte, costituenti i quattro quinti della popolazione, lo sgombero della città in dieci ore», riporta una memoria del 1866, firmata da sindaco e giunta, per chiedere il rimborso dei danni. Passate le dieci ore, «né persone, né cose potranno più asportarsi, e le persone saranno arrestate e trattate come agenti segreti del nemico». «Un gaetano ogni cinque fu bersaglio dei cannoni – enumera Ciano – Gli altri quattro divennero nullatenenti e mendicanti».

«Quel che fè truppa di quel conio, meglio è che si taccia», si legge nella memoria. Ciano non tace: «A Terracina sorse un mercato nero per la roba che quelli rubavano a Gaeta». (Anche nel 1849, quando l’esercito piemontese punì la Genova ribelle, i danni delle bombe furono dieci volte inferiori ai furti dei soldati). «Per accamparsi, devastarono metà dell’intero territorio coltivato, giardini millenari. L’inverno fu siberiano e, per scaldarsi, distrussero centomila ulivi. Di 300 frantoi, non ne resta uno: smontati e rimontati altrove; alcuni sul lago di Garda. Le vegete campagne restarono tosate e le case crivellate», dice la memoria del 1866. Divisero la città in tre zone militari e il commercio marittimo fu stroncato: 300 bastimenti, cantieri navali secolari, con duemila dipendenti, 64 paranze di pescatori. «Tutto finito – continua Ciano – E, dopo la violenza, l’emigrazione. Da qui, prima, non andava via nessuno. Costretti all’esodo, miei parenti, e molti altri, si arruolarono con gli austriaci, contro gli italiani, a Lissa e a Custoza; e ottant’anni dopo, con gli Stati Uniti. All’obiezione: “Dovrete uccidere italiani”, uno dei miei parenti americani rispose: “Spero tanti”. Qui son rimasto solo io. Ci sono più gaetani in Massachusetts che a Gaeta».

L’Italia e il sangue

Altro che Bossi contro l’Italia Unita! «E no! L’Italia fu unita col sangue nostro, i soldi nostri rubati e portati al Nord. E mo’ ce la teniamo: l’abbiamo pagata. Siamo repubblicani e unitaristi, non contro i Savoia e con i Borbone. Ma il nostro Paese ci tratta da nemico sconfitto. Nel 1999, dettero al Piemonte 605 miliardi di lire, per riattare ex beni dei Savoia. A noi niente. Forse ora, finalmente, tramite la Regione, riavremo i beni demaniali chiesti. E nulla ci è stato dato dei 150 milioni di euro per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, nel 2011. Manco ci hanno risposto». «Anzi, col precedente governo Berlusconi, il ministro all’economia Tremonti voleva mettere in vendita i nostri beni “demaniali” e non comunali. Ma, tranne le case private e piazza Commestibile, tutto è demaniale, nella Gaeta storica. Il governo Prodi lo evitò, con la finanziaria 2006. Per noi, la Patria, ha solo bombe. Nel ’43, tedeschi e fascisti, temendo uno sbarco alleato, buttarono giù il 70 per cento della città».

Con gli anniversari non hanno fortuna.

«Per le celebrazioni dei 100 anni, nel 1961, doveva venire il presidente della Repubblica. Ci fecero intendere che non avremmo avuto soldi, se non avessimo intitolato strade agli eroi del Risorgimento. Che, per noi, sono criminali di guerra: ci bombardarono mentre si trattava la resa. Alla fine, si dedicarono, sì, vie a Garibaldi, Cavour, Mazzini, Bixio, Mameli, ma portano al cimitero borbonico (allora periferia). Coi soldi del centenario, si fece la media Carducci: venne fuori una fossa di 24 metri, profonda 12 (che la scuola ricopre), piena di cadaveri: soldati e civili borbonici fucilati dai piemontesi».

Gli eredi dei vinti

La vicenda ha tale densità metaforica, che pare finta: la scuola nasconde, nelle fondamenta, la verità emersa dopo cent’anni. E agli eredi dei vinti che la «calpestano», per entrarvi, si insegna la storia dei vincitori.

Contatti con la Lega di Bossi? «Un deputato leghista – dice Ciano – Giacomo Chiappori vorrebbe un’alleanza. C’è stato un incontro ad Agnano. Penso mirino a una mossa strategica coi partiti meridionali. Forse non si fidano del Movimento Autonomista di Lombardo, l’alleato del centrodestra presidente della Sicilia».

La gente comincia a capire, giura Ciano.

«A Gaeta, noi e una lista civica, dopo 147 anni ci siamo ripresi la fortezza. Siamo l’unica città sopra i 20 mila abitanti non amministrata da uno dei due poli nazionali. Il nostro partito è presente in Lazio e Sicilia; in Lombardia è sorto Per il Sud; a Napoli nacque la Lega Sud, ex alleata di Bossi. La destra difende l’economia lombardo-veneta; la sinistra quella tosco-emiliano-marchigiana. Il Sud è abbandonato a ‘ndrangheta, mafia e camorra, funzionali allo schema economico per cui solo il centro-nord può produrre, e il sud sia solo un mercato. Lo si volle col Risorgimento, continuò il fascismo, e poi la Dc e il Pci di Togliatti, che sacrificò il sud al Triangolo industriale Torino-Milano-Genova».

Il diritto al risarcimento fu riconosciuto «in nome del re Vittorio Emanuele», dal prodittatore Giorgio Pallavicino e dal ministro dell’Interno, Raffaele Conforti; il Luogotenente, principe di Carignano, lasciò mille lire di tasca sua e incaricò Cialdini, produttore delle macerie, di risarcirle. Il generale scrisse e garantì: finita la guerra, «il Governo di S. M. provvederà all’equo e maggiore possibile risarcimento». Ma il nuovo Luogotenente, Luigi Carlo Farini, «declinando il merito del fatto, ci consigliò di rivolgerci alla carità nazionale», riferisce, mesta, la memoria del 1866.«Tutto quel che poteva ricordare la nostra identità fu distrutto», conclude Ciano. «Ma è proprio a Gaeta l’unica statua di Ferdinando II mai rimossa dai piemontesi. È nella chiesa di san Francesco. Avranno pensato fosse un santo. Sul basamento c’è scritto chi è. Ma in latino. E loro, gl’invasori, parlavano francese…».

Fonte: La Stampa del 06/11/2008

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