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21/10/2011
L’imbroglio del plebiscito del 1860 nelle Provincie Napolitane.
Già prima che in altre parti, in Sicilia il 12 ottobre 1860 si svolge il plebiscito per l’annessione al Piemonte con la partecipazione al voto anche dei garibaldesi e dei soldati piemontesi. I voti sono 432.053 per il Sì e 667 per il No. A Palermo, che ha circa 220.000 abitanti, si hanno 36.252 voti favorevoli all’annessione, contro appena 20 contrari. Numerosi tumulti di protesta sono soffocati. Lo stesso ministro Elliot, ambasciatore inglese a Napoli, nel rapporto al suo Governo scrive testualmente: «moltissimi vogliono l’autonomia, nessuno l’annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa». A Londra il ministro degli esteri inglese, Lord John Russel, comunica al Governo della Regina che: «I voti del suffragio in questo regno non hanno il minimo valore».
Qualche giorno dopo viene emanato un decreto che abolisce le frontiere con il resto d’Italia, perché le Due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia. L’ambasciatore inglese Elliot è allibito da questa decisione presa ancor prima del plebiscito e la comunica a Lord Russell.
Il 21, a Napoli e in quasi tutte le province continentali del Regno, viene tenuto il plebiscito. La votazione dà 1.032.064 Sí e 10.313 No. In sostanza è interessato al voto poco più del 12% di circa sette milioni di abitanti. La formula sulla quale gli elettori sono chiamati ad esprimersi è :Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e i suoi legittimi successori?
Nel frattempo Napoli viene occupata da 50.000 garibaldesi e piemontesi, che presidiano i punti strategici della città, in ciò coadiuvati dalla camorra. Davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, di fronte al Palazzo Reale (Largo di Palazzo), sono poste, su di un palco alla vista di tutti, tre urne: una, con le schede del sì, un’altra con quelle del no, una terza al centro, dove sono depositate le schede prelevate dalle prime due. Si vota davanti ad una minacciosa schiera di filibustieri garibaldesi, guardie nazionali, soldati e camorristi. (Il votante, quindi, compiva il suo dovere senza alcuna garanzia di libertà di espressione). Il giorno prima sono stati affissi sui muri cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria chi si astenesse o votasse per il no”.
Votano per primi i camorristi, poi i garibaldesi, in maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Chi tenta di votare per il no è bastonato, qualche altro, come nel quartiere Montecalvario, è assassinato. Poiché i votanti non sono registrati, la maggior parte dei camorristi e dei piemontesi va a votare in tutti e dodici i seggi elettorali costituiti a Napoli. Alla fine della giornata, piemontesi e camorristi, impazienti, riempiono l’urna del sì a piene mani.
Il costo del plebiscito che grava sull’erario della città è enorme: circa 300 milioni di franchi.
Allo stesso modo si procede in tutto il Regno. Si vota solo nei centri presidiati dai militari piemontesi e non mancano le solite violenze.
Il Duca di Gramont, ambasciatore francese a Roma, così scrive al Ministro degli esteri francese Thouvenel: «Tutte le notizie che giungono da Napoli concordano nel rappresentare il paese come decisamente ribelle all’annessione piemontese, e assai poco curante dell’unità italiana. Cacciano le autorità nuove, rialzano le armi di Francesco II. I Piemontesi, avvertiti dalle autorità cacciate via, mandano colonne abbastanza forti, che, dopo un po’ di fucilate, disperdono gli abitanti, e portano prigionieri, per giudicarli e fucilarli, i così detti capi del movimento che vengono loro denunziati. Appena partiti i Piemontesi gli abitanti rivengono; prendono quelli che hanno chiamato gl’invasori e li mettono a morte. Ma quel che è più curioso si è, che tuttociò accade in località che si suppone aver votato unanimemente per Vittorio Emmanuele”!».
Nell’Aquilano, per la fortissima reazione dei popolani, al plebiscito non partecipa quasi nessuno. Il governatore di Teramo, de Virgilii, emana un proclama con il quale minaccia: I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario. Colpite i reazionari senza pietà.
A Caramanico, un paese di seimila abitanti nel Chietino, un popolano chiede che sia sistemata anche una urna per Francesco II, ma è schiaffeggiato da un liberale, tale de Dominicis. A questo gesto la popolazione corre immediatamente ad armarsi con scuri e pietre e assale il drappello di piemontesi che protegge le urne. Accorrono anche gli abitanti del vicino paese di S. Eufemia. Nello scontro il de Dominicis rimane ucciso, i piemontesi sono messi in fuga e le urne distrutte. Il giorno dopo piombano sui paesi truppe piemontesi, i filibustieri garibaldesi e guardie nazionali che uccidono chiunque venga loro incontro. Le case degli abitanti di Caramanico e S. Eufemia sono saccheggiate e il bottino è portato a Chieti.
Insorgono anche gli abitanti di Salle e Musellaro. Anche qui sono di nuovo innalzate le insegne napolitane. La repressione da parte delle guardie nazionali e dei piemontesi vince però l’accanita resistenza degli insorgenti, i quali, guidati da un muratore, Angelo Camillo Colafella, sono costretti a rifugiarsi sui vicini monti.
Ad Isernia un forte gruppo di contadini e popolani tenta di assalire i garibaldesi e i loro fiancheggiatori, ma non avendo armi sono costretti a desistere.
A Cansano e ad Elice gli insorti sono soffocati nel sangue dalle collaborazioniste guardie nazionali che arrestano e fucilano i capi.
Vi sono altre insurrezioni a Controguerra, Bellante, Corropoli, Torano e Cermigliano.
In Arzano di Napoli un popolano che grida “viva ‘o rre” è arrestato dai criminali garibaldesi e in seguito, per ammonimento, con le forbici gli vien tagliato il labbro inferiore.
Alle prime luci dell’alba del 21, anche a Carbonara, nell’alta Irpinia, si verifica una rivolta. Già la sera precedente i messi comunali, che stanno distribuendo le tessere per il plebiscito, sono presi a sassate e le tessere strappate. Fino a notte fonda, gruppi di giovani corrono per le strade del paese gridando il nome del Re Francesco. I contadini innalzano la bandiera delle Due Sicilie e strappano gli stemmi savojardi, portando in processione per le vie del paese i ritratti del loro Sovrano e della Regina Maria Sofia. La massa dei popolani si reca in chiesa, dove è tenuta una funzione solenne col canto del Te Deum. I galantuomini sono assaliti, nove rimangono uccisi. Tra i morti vi sono il capitano della locale Guardia Nazionale, Gaetano Maglione, la guardia Angelo D’Annunzio, i ricchi liberali Nicola Tartaglia, Gabriele Stentalis, suo nipote Isidoro Stentalis col figlioletto Michelino, un bambino di appena nove anni, Michele Cappa, il cancelliere comunale Francesco Areneo Rossi, il decurione Donato Tartaglia. Un altro, Giovambattista Coscia, è gravemente ferito. Alcuni, tra cui il sindaco Giacomo Giurazzi, si salvano con una rocambolesca fuga per le campagne circostanti. I cadaveri di alcuni uccisi sono mutilati, oltraggiati e precipitati per la ripa sottostante al paese. Altri rimangono insepolti per le strade deserte tutto il giorno e la notte successiva. Poi, per tutta la giornata, la folla degli insorti legittimisti saccheggia le case di alcuni uccisi, distrugge i documenti della cancelleria comunale e gli atti notarili.
Nello stesso giorno del 21, nel Gargano, l’insurrezione inizia a S. Giovanni Rotondo e si estende a S. Marco in Lamis e a Cagnano, dove le votazioni sono impedite. A Lesina e a Poggio Imperiale, sono invece fatte ugualmente le votazioni, ma con una totale maggioranza contraria all’annessione. A S. Giovanni Rotondo ventidue tra guardie nazionali e galantuomini sono massacrati nelle carceri da parte degli insorti napolitani. Il governatore di Foggia, Del Giudice, accorre con numerosi filibustieri garibaldeschi, ma, benché respinto all’inizio da una furiosa reazione popolare, nei giorni successivi con migliaia di uomini riesce a sedare le insorgenze. Decine di popolani, anche se solo sospetti, sono fucilati dopo la cattura. I paesi di Roseto Valforte, Accadia, Ascoli e Bovino sono circondati.
In provincia di Catanzaro, a Cinquefronde, Coridà, Giffone, Dosà, Acquaro, Dinami e Maropati, le popolazioni insorgono contemporaneamente. Nella zona si concentrano circa 700 armati, tra i quali numerosi soldati sbandati e la stessa guardia nazionale che fa causa comune con gli insorti. Violente sommosse si hanno anche a Cosenza. Vi è anche un tentativo di sbarco presso Reggio da parte di truppe napolitane provenienti da Messina. Le sommosse sono soffocate con particolare violenza dall’intervento della banda garibaldesca Cacciatori d’Aspromonte, che solo a Cinquefronde uccide 16 persone.
In Basilicata le sommosse contadine impediscono del tutto le votazioni. Governi napolitani sono proclamati ad Acerenza, Carbone, Castelsaraceno, Calvera, Cancellara, Episcopia, Latronico, Laurenzana, Favale, Tursi, Castronuovo, Sanseverino e Castelluccio. La repressione, però, ha ancora il sopravvento e centinaia di contadini disarmati sono arrestati dalle guardie nazionali accorse dai paesi limitrofi e trascinati incatenati a Potenza, mentre i loro miseri averi sono confiscati e le case distrutte.
Altre violente insurrezioni si hanno ad Avigliano, Muro Lucano, Picerno e Pietrapertosa. A Cancellara i seggi elettorali sono assaliti dalla popolazione che costringe le autorità e le guardie nazionali a rinchiudersi nel castello e nel convento dei Padri Riformati. A Marano, Casaprobe, Campotosto ed in altri vicini paesi i cittadini si avventano contro gli annessionisti, li mettono in fuga e si pongono sul cappello una scritta con un No molto evidente.
In tutte le Provincie Napolitane numerosi e spontanei sono gli episodi di resistenza, non solo contro le violenze delle bande garibaldesche, ma anche contro i piemontesi, considerati invasori stranieri. Le varie autorità locali tuttavia nascondono la gravità degli avvenimenti per ingraziarsi gli occupanti.
Alle notizie dell’avanzata piemontese su Isernia e Venafro, il Generale Ritucci, per non subire un attacco alle spalle e trovarsi a combattere tra due fronti, dà ordine di riunire tutti i reparti e di concentrarli a Teano. (Questo fa capire come il plebiscito è stata una farsa, in quanto molti territori, ancora sotto il controllo dell’esercito napolitano, non erano in grado di esprimersi e se l’avessero fatto sarebbe stato certamente un NO!)
(Finita la farsa, non vi fu alcun modo per confrontare gli iscritti nelle liste elettorali e i votanti, senza contare che lo scrutinio, dovunque fu reso possibile, fu sfacciatamente falsato.)
Il 23 ottobre, il generale Fanti emette il primo atto ufficiale contro la resistenza napolitana i cui guerriglieri sono definiti “briganti”. Proclama leggi di guerra, corti marziali e pena di morte per chi resista con le armi.
Davanti alla Reggia di Napoli, il 3 novembre è proclamato il risultato del falso plebiscito. Sono schierate 24 compagnie di guardie nazionali e la suprema corte di giustizia. Salve di cannoni sono sparate dalle fortezze e dalle navi.
Il giorno dopo, il generale Pinelli dichiara lo stato d’assedio in tutto l’Abruzzo con un proclama mostruoso:
1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie, sarà fucilato immediatamente.
2. Uguale pena a chiunque spingesse anche con parole i villani a sollevarsi.
3. Uguale pena a chi insultasse il ritratto del re o lo stemma di Savoja o la bandiera nazionale.
Intanto l’economia delle Due Sicilie ha un tracollo vertiginoso. I movimenti nei porti e gli scambi commerciali con l’estero sono letteralmente azzerati. Si ha una fuga di capitali dal commercio verso le rendite, che tuttavia incominciano a perdere il loro valore. Tutte le attività produttive si arrestano, la disoccupazione cresce in ogni settore. I generi di prima necessità incominciano a scarseggiare e il carovita aumenta.
(Con il plebiscito, dunque, ci fu una legittimazione formale per i Savoia ad occupare Napoli e la Sicilia; ma fu eseguita in modo criminale e antidemocratico. In poche parole fu un volgare imbroglio. La maggior parte del popolo napolitano, che non votava perché non aveva niente, abituato a rompersi la schiena per zappare la terra, quegli stranieri piemontesi non li volevano per niente. Per questo molti si rifugiarono in montagna, armandosi e diventando briganti. E dopo che i Savoia che con i loro bersaglieri e carabinieri spezzarono l’orgoglio e la dignità di una nazione senza futuro, i napolitani, soli contro tutti, posero le armi per imbracciare una valigia di cartone, preferendo diventare emigranti piuttosto che diventare sudditi di un re straniero che parlava francese.)
Avvenimenti tratti da: NAPOLITANIA – Storia affascinante, ricca e crudele del Sud, di Antonio Pagano, pag. 377-381
18:54 Scritto da tonyan1 in blog life, politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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14/10/2011
L’idea indipendentista.
“LA CONCEZIONE TEORICO DOTTRINALE DELL’INDIPENDENTISMO”
L’IDEA indipendentistA
L’indipendentismo come idea vincente può dirsi composta di varie fasi tra cui la teoria e la pratica.
Teoricamente esso è parte integrante dell’animo umano. Sin dalla sua esistenza, l’essere umano ha sempre cercato di fare da solo, sia singolarmente sia come comunità. Da solo riesce a decidere cosa fare, dove andare e come muoversi per il proprio bene e non per essere migliori o superiori agli altri. Lo stesso dicasi comunitariamente, infatti all’unisono ci si muove e si ragiona per il bene comune e non per essere migliori o superiori alle altre nazioni.
Oggi è teoricamente giusto pensare che delle persone e delle comunità quali le nazioni, si attrezzino per essere indipendenti, ma nel pieno rispetto delle altre nazioni, con cui allacciare consecutivamente rapporti economici e sociali.
Sin dalla nascita dei primi popoli si è scritto sull’indipendenza e si è lottato per essa. Con l’avvento dell’oppressivo sistema statale centralista, carceriere di popoli e nazioni, in molti casi detto anche imperialismo, si è avuto un tentativo, quasi riuscito, della soppressione dell’indipendentismo, dovuto allo schiacciamento sociale dell’identità nazionale di un popolo, debellando comunità e nazioni, raggruppandoli, appunto, in oppressive forme statali.
Ciò ha fatto nascere e sviluppare una cultura indipendentista, per il sostegno del popolo, mediante il fine della libertà politica, economica e sociale della nazione.
Tutta questa cultura ha portato a vivere un XX secolo pieno di rivolte popolari che hanno riportato molte nazioni nel giusto posto che gli compete: la caratteristica dell’autogoverno. A parte il processo di decolonizzazione, tra cui sono famose le indipendenze di Cuba, dell’India e del Vietnam, sono da ricordare i recenti smembramenti imperialisti dell’URSS, del centralismo statale della Yugoslavia, in seguito ad un processo armato, ma anche la suddivisione pacifica della Cecoslovacchia e del Sudan (apparentemente).
L’indipendenza dallo stato centralista oppressivo si è evoluta in un raffinato sistema di lotta all’imperialismo, adottando pensieri propri delle ideologie liberalista, fascista, socialista e comunista. Sorgono così svariati movimenti indipendentisti di destra e di sinistra, in molti casi anche all’interno della stessa nazione, creando, di fatto, una spaccatura nella forza indipendentista nazionale, deviando il popolo verso una lotta di classe che li allontana inesorabilmente dalla sana idea dell’indipendenza nazionale. Infatti, alcuni partiti indipendentisti della stessa nazione, sono pronti a lottare tra di loro perdendo di vista il comune nemico: lo Stato oppressore.
Nasce così la frustrazione del popolo che vede scomparire la sua importanza di nazione e si sente sfruttato, usato, senza sapersi spiegare il come e il perché.
A questo punto l’idea indipendentista deve essere diffusa in ogni modo tra il popolo, dandogli quel diritto di essere nazione, che finora i partiti gli hanno negato. E’ l’idea indipendentista che deve dare le giuste indicazioni nazionali per far ritrovare l’identità perduta ai popoli, i quali inconsciamente si sono resi schiavi del sistema globale.
Il popolo non è conscio di quale sia il suo posto reale, della sua importanza e della sua capacità, ma è l’indipendentismo che lo rende consapevole del suo inalienabile diritto all’autogoverno. E’ l’indipendentismo che dà una felice prospettiva futura e genuini pensieri ideologici legati alla nazione liberata. E’ l’indipendentismo che apre la veduta politica e culturale per il bene della nazione.
Tutto ciò va a confermare la sostanziale differenza che c’è tra partito indipendentista e indipendentismo. Non si lasci ingannare il popolo dal logoro partitismo interclassista, poiché è suo il diritto a determinare la nazione e non di un partito.
La cultura indipendentista è diffusa in Spagna, in Gran Bretagna, in Francia. In italia è quasi nulla e ciò spiega l’interesse superficiale che dimostrano i popoli della penisola. Per questo urge una diffusione quasi dottrinale dell’indipendentismo, che deve preparare il popolo patriota a rialzarsi e a riappropriarsi della propria vita di tutti i giorni, vivendo l’idea stessa della vera libertà e capace di interessarsi ai problemi della nazione.
Quando il Patriota fedele raggiungerà una elevata preparazione nazionale e si sarà liberato dalla schiavitù del partitismo ideologico, allora, prenderà coscienza di essere popolo e nazione e insieme si potrà segnare un nuovo e vero periodo di giustizia sociale, prendendo posto nella storia.
Antonio Iannaccone
09:20 Scritto da tonyan1 in blog life, indipendenza | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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08/10/2011
"NAPOLITANIA, storia affascinante ricca e crudele del Sud" - L'ultimo capolavoro storico di Antonio Pagano
Questo libro descrive dettagliatamente dalle origini, ma in modo facilmente comprensibile, i piccoli e i grandi avvenimenti della storia del Sud d’'Italia, la Napolitania, cioè di quei territori che hanno fatto parte dell'’antico Regno di Napoli.
Gli avvenimenti napolitani sono per lo più ignorati o artatamente mistificati dalla storiografia ufficiale italiana che, facendo del "risorgimento" una religione di Stato, ha educato in questi 150 anni di “unità” i giovani al culto di una serie di miti, di ogni epoca, per lo più inventati e, soprattutto, rappresentati in modo negativo. Questo per coprire il fatto che ai piemontesi, della libertà e della indipendenza degli italiani, non interessava alcunché: il loro obiettivo era quello di espandere i possedimenti territoriali e di utilizzarli ai loro interessi.
La lunghissima storia, più che millenaria, della Napolitania è la storia affascinante, ricca e crudele di un popolo che non aveva mai perso, pur attraverso innumerevoli glorie e devastanti tragedie, la propria identità nazionale. L'’invasione e la conquista piemontese è stata la causa di questa perdita ed è stato il più grave danno subìto dalla popolazione napolitana a causa della forzata unificazione con gli altri popoli della penisola, mai avvenuta prima di allora con altre invasioni, nemmeno sotto la lunga dominazione romana. La violenta e forzata "unità", inoltre, non solo ha eliminato la sua millenaria autonomia, ma anche qualsiasi tipo di opposizione, propagandando, aprioristicamente, per il nord peninsulare egemone, il concetto di una civiltà positiva e organizzata, e per la Napolitania, subalterna, quella negativa.
Particolare descrizione è stata data, con precisione quasi cronologica, ai complicati intrecci che, nel giro di pochi mesi, tra il 1859 e il 1860, portarono alla caduta di uno Stato che aveva invece conseguito, primo tra gli Stati della penisola italiana e in Europa, importanti risultati nello sviluppo economico e sociale.
Clicca qui per leggere l'Introduzione.
Antonio Pagano è nato a Napoli, laureato in Giurisprudenza, è stato ufficiale di
carriera dell'Esercito, prestando servizio in particolare nella Divisione paracadutisti "Folgore". Ha svolto per alcuni anni la professione di Avvocato ed è stato sostituto onorario presso la Procura della Repubblica di Vicenza. Appassionato della storia del Sud, è stato anche fondatore e direttore della rivista di storia e attualità "Due Sicilie".
http://www.booksprintedizioni.it/libroDett.asp?id=585
18:47 Scritto da tonyan1 in blog life, DUE SICILIE, indipendenza, Napoli nella storia, opinioni, politica, sfoghi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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06/10/2011
I Congresso Nazionale FLN – “Avanti con la patria Napolitana”
08:16 Scritto da tonyan1 in blog life, indipendenza | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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03/10/2011
L'INVENZIONE DEL MEZZOGIORNO - omaggio al Patriota Napolitano Nicola zitara
L'invenzione del Mezzogiorno è la descrizione di come, 'manu militari', il capitale, gli affaristi e le banche tosco-piemontesi abbiano espropriato il Sud delle sue banche, vale a dire lo scheletro creditizio dell'economia meridionale e del primo capitalismo italiano, che vide in Napoli l'unica metropoli a cavallo tra Settecento e Ottocento nella penisola. Colonialismo, perciò, non in terre selvagge, ma di conquista su terre competitive col Nord; un Nord dove spesso la condizione contadina era peggiore. Non accumulazione primitiva tramite la tratta degli africani o su indios immiseriti, ma su una popolazione impoverita radicalmente da una conquista militare e dal furto dei propri strumenti di credito e delle terre. E questo un discredito al farsi dell'Italia? No, qui non si discute il farsi l'Italia, si discute la creazione di una colonia strumentale allo sviluppo del Centro-Nord. L'obiezione che ci fu il plauso per quanto operato sul piano politico-militare da parte di una fascia della borghesia meridionale non è un'obiezione, ma la conferma della lettura di Zitara. Ogni colonia basa il suo perdurare sull'esistenza di una borghesia in loco, che rappresenta il tramite con la metropoli colonialista. Questo volume è una storia finanziaria, è un importante strumento per la storia generale già tratteggiata nei classici saggi di Zitara "L'unità d'Italia: nascita di una colonia" e "Il proletariato esterno".
Il meridionale che cerchi le cause del disastro sociale e morale in cui vive, sbaglia se crede di trovarle nell'indirizzo politico tutt'altro che speciale del governo borbonico, o nel carattere, anche questo tutt’altro che speciale, della società meridionale. Si tratta puramente e semplicemente di alibi escogitati dalla storiografia patria per nascondere la struttura colonialista dello Stato unitario.
[...]
Al Sud fu imposto d'abbandonare sia il modello tracciato dai riformatori napoletani del Settecento, a favore della piccola proprietà conduttrice, sia il dirigismo industriale immaginato da Luigi de' Medici sin dal 1818. (Cfr. Pag. 1)
Il sistema bancario napoletano, fondato su una banca centrale contemporaneamente raffinata e affidabile, che svolgeva egregiamente (e inavvertitamente, ma senza danno per alcuno) tale compito, fu cancellato con un tratto di penna dall'occupante toscopadano. Nonostante la violenza dell'intrusione, il regresso del Sud viene inteso dalla retorica unitaria come progresso. L'ambiguo liberismo di Cavour fece sì che l’accumulazione necessaria per passare dal sistema della rendita al sistema del profitto si risolvesse in un terno al lotto per la Toscopadana e in un volgare saccheggio del Sud. L'interfacciale risultato, ottenuto in appena sei anni, ha strutturato la nazione in due società. L'esito si dispiega ai nostri occhi di posteri come una tragedia sociale - e nessun alibi etnologico basta a salvare i responsabili dalla maledizione delle vittime.
[...]
Nonostante la sovranità unitaria, la mancanza d'indipendenza del Sud dà luogo a due società profondamente diverse, a due paesi stranieri fra loro, le cui popolazioni mal si sopportano e si disprezzano reciprocamente. (Cfr. Pag. 2)
Non basterebbe l’intera vita di un uomo a scoprire e a raccontare la montagna di magagne e di sopraffazioni nascoste nella retorica unitaria. Qui ci occuperemo di una sola di queste: il parto innaturale del capitalismo padano. O per essere più precisi, il fonte battesimale del sistema, la Banca Nazionale del Regno di Sardegna.
Fino al luglio 1862, allorché l’ex ministro Bastogi si slanciò nella seconda spedizione garibaldina (la concessione governativa delle Ferrovie cosiddette Meridionali) non esisteva neppure l’ombra di un moderno capitalismo toscopadano, e neppure l’ombra di un capitalismo toscopadano mezzo moderno. La sua nascita seguì di trent'anni l'unità politica. E le procedure ostetriche non sono facili da raccontare, coperte come sono dal tricolore e dall'Inno di Mameli. (Cfr. Pag. 3) da: Fora-rivista elettronica fondata da Nicola Zitara e diretta da Lidia Zitara
11:16 Scritto da tonyan1 in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Fronte di Liberazione della Napolitania font>
















