DISTRUGGERE NAPOLI PER ANNULLARE IL SUD

DISTRUGGERE NAPOLI

PER ANNULLARE IL SUD

 

di Nicola Zitara

Al centronord, la fioritura della realtà cittadina e della borghesia non avvenne, come in Inghilterra e in Francia, sotto l’egida di un’ unità statale, ma esplose in un sistema urbano policentrico, fatto di città indipendenti, ciascuna signora di un territorio, anche se alquanto limitato. In questo senso le città con servizi superiori (per dirla con termini attuali) – e con la pretesa di conservarli – furono tante che è persino difficile contarle. Venezia, Firenze, Milano, Genova non sono che gli epifenomeni di assetto ben più ricco. Bisognerebbe aggiungere Pisa, Pistoia, Lucca, Bologna, Modena, Reggio, Parma, Ferrara, Mantova, ecc. Insomma l’elenco sarebbe ben lungo e forse a qualcuno apparirebbe anche incompleto.

Il Sud era rimasto invece unito in un solo regno; al massimo due, ma soltanto in alcuni periodi. Ebbe due splendide capitali, Napoli e Palermo, e magari anche delle cittadine vitali, non diverse in sostanze da quelle che, nella stessa fase storica, erano le città provinciali di altre regioni, ma invano cercheremmo un centro di dieci, ventimila o cinquantamila abitanti che presentasse servizi superiori – e la pretesa di conservarli – come accadeva, ad esempio, a Modena, a Padova, a Genova.

Ciò implica che debba essere chiarito un punto: non era il Meridione l’eccezione o la deviazione rispetto al resto d’Italia; era invece il resto d’Italia ad aver avuto un passato singolare ed eccelso, rispetto agli altri paesi d’Europa, e ad avere la pretesa (non importa se giusta o infondata) di conservarli.

In effetti, dopo tre secoli di ininterrotta decadenza, tale eccezionalità urbana, culturale, civile non aveva più alcuna “ragione storica” d’esistere, eppure, più che difendere una testimonianza, il passato volle riemergere – ed in effetti il Risorgimento fu anche questo. Per dirla schiettamente, ebbe il suo prezzo. E la cambiale fu tanto più facile pagata, in quanto a guidare il processo unitario non era stata Roma, o Venezia, o Napoli, o Firenze, ma una città modesta e priva di quell’aureola di antichi splendori che circondava Roma e le capitali rinascimentali. Comunque, il concetto che si intende esprimere è questo: l’organizzazione statale del Sud e del Nord erano impostate diversamente. Napoli del 1860, da tutti i punti di vista, valeva Roma, Venezia, Milano e Firenze messe insieme, ma intorno a sé non emergeva un solo centro che pesasse quanto pesavano Brescia o Pisa nei confronti di Torino.

Le città del Sud erano invece delle normali città di provincia, peraltro appesantite dal peso storico di una condizione parafeudale o patrimoniale di tipo spagnolo, durata oltre il sorgere dell’età moderna. Soltanto la retorica dell’Italia risorgimentale poteva pareggiarle con le altre città d’Italia. Ma gli antichi splendori delle polis greche dormivano ormai ignoti, più che dimenticati, sotto il suolo, le città bizantine, arabe, normanne cadevano a pezzi, quelle secentesche erano nate come periferia amministrativa e fiscale di Napoli. Luoghi senza più storia speciale e senza alcun potere condizionante, nell’ambito di uno stato sempre centralista.  Molto spesso i re o viceré di Napoli e di Palermo non conoscevano che il nome di quelle universitas feudali su cui dominavano, in quanto potevano governare la rendita del regno senza allontanarsi di venti o trenta chilometri dalla capitale. E se a volte, qualcuno di loro faceva, l’itinerario era sempre lo stesso: o verso Brindisi, per raggiungere l’altra sponda, o verso Capua, per recarsi a Roma.

Il viaggiatore che viene al Sud con animo pulito, spesso si sorprende alla scoperta delle nobili architetture che nobilitano i centri storici secenteschi, ma i palazzi, le strade e le piazze non testimoniano, in verità, che occasionali e brevi permanenze signorili. Dietro quell’urbanistica padronale e nobiliare c’era un vuoto che soltanto i Borbone tentarono di rianimare, poiché, in effetti la testa della nazione napoletana fu per sette secoli a Napoli, e quella della nazione siciliana per molto più tempo a Palermo.

 Per giunta moltissime delle città meridionali, che al momento dell’Unità vennero elevate a capoluoghi di provincia, non solo erano spente, allo stesso modo di alcune illustri città dell’area rinascimentale, ma non erano mai state vive come città; inventate a tavolino, sulla base di esigenze amministrative e militari. Può sembrare, tale operazione, la manifestazione di una precisa e determinata volontà, rivolta a rianimare questa parte del nuovo regno sabaudo; a farla a immagine e somiglianza dell’altra parte della Penisola che ormai era la vera Italia; quella che si riconosceva ed era riconosciuta come Italia. Poté sembrare, ma non fu così. In realtà, creando sul territorio una serie di città con funzioni fiscali, amministrative e militari di secondo grado – cioè le sedi degli organi periferici dell’amministrazione centrale – si corrispose all’avvertito bisogno del governo torinese di declassare Napoli, allineandola al rango di una qualunque Vercelli o di qualunque Gaeta.

 Ma la stessa sorte non toccava a Milano o Firenze? Intanto, questo è un altro equivoco della storia unitaria. Infatti, né l’una né l’altra avevano, in quel momento, un peso economico e culturale misurabile con lo stesso metro, ma soprattutto nessun altra città italiana aveva, in qual momento, la funzione politica di rappresentare un grande territorio e dieci milioni di abitanti. In realtà Napoli era l’intero Meridione. Annientata Napoli, il Meridione rimase un corpo senza testa economica, politica e culturale.

 Si disse che il nuovo stato nacque centralista ed accentratore. Giuridicamente è esatto, non lo è invece politicamente; o non sempre lo fu a causa dei motivi esposti, specialmente all’inizio. Torino e Savoia, che non vollero il federalismo, dovettero poi pagare una specie di mazzetta ante litteram alle città tosco-padane, per averne il consenso. Il Sud, che aveva già una capitale sulla cui sorte avrebbe dovuto puntare tutto, fu invece diviso, con il consenso di quei napoletani che nel Piemonte ormai riconoscevano la propria causa – quelli che comunemente vengono definiti i patrioti napoletani – in una trentina di province, ognuna delle quali non ebbe più il suo cervello ed il suo portafoglio a Napoli, ma a Torino.

 Logicamente, per innalzare Torino fu giocoforza spegnere Napoli. Ma come spegnerla se non economicamente? Questo è il punto, questa è la cosiddetta questione meridionale: magnifico argomento per chi vuole fare una carriera politica o accademica.

 Rispetto all’Inghilterra, alla Francia, all’Austria, che erano i punti di riferimento, il Regno era parecchio indietro. Per lanciarlo, i Borbone praticarono una politica di aiuti e di sovvenzioni agli industriali. Fu tanto insistente questa politica che la stessa casa regnante favorì e protesse industriali inglesi, francesi e svizzeri, che si spostavano nell’area partenopea per fondarvi industrie. Essa stessa si eresse a una specie di IRI napoletana.

 Nella prospettiva, Napoli come Parigi? Tale era stata la storia del Meridione, e i Borbone, anche se non pensavano fosse la migliore, non la modificarono. Ma ad Italia unificata, il dirigismo borbonico, la metropolità napoletana, un sistema in evidente progresso, si trasformarono nell’assetto economico debole e perdente del Meridione. La cultura economica napoletana era intrisa di statalismo e di quel moralismo che impregna gli stati che non sono governanti dai banchieri; inoltre il volano dell’economia era centrato sulla sola capitale. Ma a unità fatta, Napoli perse le rendite di capitale e le provincie la sua guida. I banchieri di Torino, Genova, Firenze, educati alla corruzione della Parigi di Luigi Filippo e Napoleone III, ne pretesero l’eredità. Si ebbe allora un Sud, con l’unica sua città evirata politicamente e con trenta altre città ancora impuberi. Se una qualunque città spenta del sistema policentrico padano poteva rivendicare ed ottenere la stessa, ed anche una maggiore attenzione della Napoli omologata, dal canto loro le città provinciali, che organizzarono la loro indipendenza da Napoli nel novo quadro di riferimento torinese e romano, non furono aiutate a crescere; e neppure ad appoggiarsi sulla borghesia mercantile in crescita. In effetti l’unità non fu piemontese soltanto perché nel Meridione arrivarono i bersaglieri, ma in quanto Cavour e i suoi successori, per dominare l’antico Regno, svuotarono Napoli e scelsero come loro referente meridionale il conservatorismo parassitario dei vecchi agrari delle provincie, ai quali promisero la distribuzione dei beni ecclesiastici, in cambio della fedeltà e della supinità.

 Il Meridione, che non era conservatore, lo divenne; quanto alle nuove città, esse furono scelte con gli stessi criteri con cui si costituisce una serie di fortini in un territorio occupato, una ogni tanti chilometri, il più delle volte ignorando i centri che svolgevano una funzione commerciale importante. Molti capoluoghi di provincia furono degli aborti socio-urbani, cosicché la classica funzione urbana, che i Borbone avevano assegnato a Napoli, nei nuovi capoluoghi provinciali fu dilapidata. Il sistema bancario – la vera novità positiva introdotto con l’avvento del nuovo regno – che avrebbe dovuto funzionare come il polmone del rinnovamento industriale, vi spuntò rachitico e politicamente orientato all’esclusivo sostegno del padronato fondiario; e il più delle volte il credito servì a pagare i beni ecclesiastici venduti all’asta, con ciò spostando risparmio dai privati allo Stato e dall’economia locale al sistema centrale.

 In quel mancato passaggio dall’antico artigianato e dalla vecchia manifattura al macchinismo industriale, il Meridione e la Sicilia avrebbero avuto bisogno di una direzione, di un cervello, di un loro autonomo potere nazionale ed “egoistico”, di un proprio sistema creditizio, di un proprio progetto industriale di “inseguimento” della Francia e dell’Inghilterra, di gestirsi a proprio esclusivo vantaggio i sacrifici necessari alla creazione di un apparato industriale, furono invece ridotte a tributarie di tre regioni padane e dell’ampollosa e scalcinata crescita di Roma capitale.

 Con l’annichilimento di Napoli capitale, la cosidetta “questione meridionale” pose la sua prima pietra. Due, tre, cinque milioni di disoccupati, in progressione geometrica, con questa sola alternativa: o briganti o emigranti.

DISTRUGGERE NAPOLI PER ANNULLARE IL SUDultima modifica: 2012-06-20T19:03:49+00:00da tonyan1
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