L’assoluta necessità di una Napolitania indipendente

L’assoluta necessità di una Napolitania indipendente

di Antonio Pagano

Il cosiddetto “risorgimento”, come ormai sanno tutti, fu il risorgimento del Piemonte che, in gravissima crisi economica, dovette rapinare con le armi le ricchezze degli altri Stati preunitari, particolarmente quelle del Regno delle Due Sicilie, dove uccise centinaia di migliaia di abitanti che si opponevano all’invasione. É stato questo avvenimento che, mistificato per “unità” d’Italia, ha ingannato la coscienza della nostra gente in modo così grave che dopo 150 anni ancora non riesce a scrollarsi di dosso questa menzogna che ne impedisce la crescita.

image001.jpgNessuna nazione al mondo è stata formata unendo popoli diversi nel modo in cui è stata fatta l’Italia. L’unione si fa quando tutti i componenti decidono insieme e d’accordo, invece vi è stata solo una vandalica conquista militare contro ogni logica e contro i diritti della gente, mirando solo allo sfruttamento delle popolazioni sottomesse.

Il 10 gennaio del 1859 i piemontesi si inventarono un nostro “grido di dolore” (ma era il loro) per ingannare l’opinione pubblica sul vero motivo del loro interesse verso il resto della penisola e, a ladrocinio compiuto, si inventarono anche “democratici” plebisciti che furono imposti con la violenza armata. Il Cavour, il primo dei criminali padani, pur di arraffare le ricchezze degli Stati preunitari italiani, aveva partecipato nel ’54-’56 alla guerra di Crimea, episodio bellico che in nessun modo riguardava il Piemonte, ma che consentì di proporre a livello internazionale una inventata “questione italiana” (così come oggi si sono inventati la questione settentrionale). I soliti “pochi morti da gettar sul piatto della bilancia” per sedere al tavolo dei vincitori, come cavourrianamente e cinicamente si sarebbe espresso nel 1940 il padano Mussolini prima di entrar in guerra a fianco della Germania.

Il cavalier Benito fece una brutta fine. Al padano Cavour invece andò bene: dopo aver usato Napoleone III contro l’Austria, ma pagandolo con Nizza e Savoia e cavalcando la demagogia di mazziniani e di garibaldesi, sostituì l’appoggio francese con quello inglese. Comportamento tipicamente padano quello di cambiare le alleanze come loro fa più comodo. L’Inghilterra aveva difatti grossi interessi commerciali e navali che voleva garantire con l’asservimento dei territori napolitani e siciliani per conseguire il controllo strategico del Mediterraneo. Qui si stava aprendo un nuovo teatro di contesa tra i due “alleati-avversari” nella corsa all’imperialismo coloniale, la Francia e l’Inghilterra: l’avvio della costruzione del canale di Suez, che avrebbe portato i porti napolitani e siciliani in prima linea sulle rotte verso l’India e l’Asia sud-orientale.

Subito dopo l’invasione da parte piemontese, particolarmente nel periodo dal 1860 al 1865, il popolo del Regno delle Due Sicilie fu protagonista di una vera e propria insurrezione per difendersi dall’occupazione padana e dalla loro politica colonialista. Gli stranieri invasori risposero con una spietata repressione operata dai generali padani, prima dal Pinelli e poi dal Cialdini, con un esercito di 120 mila uomini, che misero a ferro e fuoco il nostro territorio.

BANDSCUDO1111.pngNelle fonti ufficiali dei piemontesi sono citati alcuni proclami sottoscritti dai comandanti dell’esercito invasore, dove per sopprimere il cosiddetto “brigantaggio” era prevista la fucilazione con o senza processo, di tutti coloro che erano presi con le armi in pugno; saccheggio delle città e dei villaggi ribelli; arresto delle persone sospette e dei “parenti dei briganti”; distruzione delle capanne, obbligo di murare tutti i casolari isolati; allontanamento degli uomini e del bestiame dalle campagne e raccolto in un luogo sotto il controllo dell’esercito; incriminazione di qualsiasi comportamento neutrale; rigida censura sulla stampa. Chi non veniva ucciso combattendo, finiva nelle carceri padane. Furono circa 80 mila i reclusi che senza nemmeno sapere la propria imputazione, morirono in breve tempo nelle prigioni padane infette e affollate.

L’unità fu, dunque, imposta al resto della penisola italiana col terrore e le devastazioni. I “liberatori” schiacciarono la nostra libertà con esecuzioni e incarcerazioni di massa. Questo tragico evento portò miseria, decadenza e paralisi di ogni attività produttiva nella Napolitania che diventò una colonia padana. Da allora lo Stato “italiano” continua ancora a mistificare l’aggressione e a festeggiarla con la solita immutabile e becera retorica risorgimentale. La dirigenza “italiana”, infatti, insiste ancora oggi ad ignorare che questa “unità” fu costruita per mezzo della cancellazione delle libertà e delle istituzioni locali costruendo un sistema burocratico centralizzato e non ha ancora capito che questo sistema porta con sé i germi della propria distruzione. È stata, infatti, questa impostazione “risorgimentale” che portò alla nascita del Fascismo e, nei tempi attuali, alla nascita della Lega Nord.

Eppure, nonostante la pochezza ideologica, ancora oggi questa Italietta sempre più padana continua a governare senza reazioni da parte dei popoli napolitani e siciliani, ingabbiati abilmente dai nostrani ascari politici assoldati. Ovviamente governando con due pesi e due misure, privilegiando il triangolo delle cosche economiche a scapito della Napolitania. Basta, in proposito, soffermarsi sull’impressionante elenco di finanziamenti di opere pubbliche per i ladroni padani stanziati con il pretesto dei 150 anni di “unità”, finanziamenti che con essa non c’entrano nulla.

Tutto ciò fa capire che l’Italia è governata da un’accozzaglia di potentati che se ne disputano la greppia, alzando inutili polveroni politici per nascondere i loro numerosi misfatti. Il loro piano da 150 anni è sempre stato chiarissimo: la creazione di un parastato di colonizzati di cui sfruttare le risorse, siano esse turistiche che energetiche, e da usare come bacino di manodopera a basso costo. La presenza della malavita organizzata, poi, è evidentemente necessaria: la Camorra, Cosa nostra o la ‘Ndrangheta impediscono con il taglieggio lo sviluppo di una imprenditoria competitiva (il pizzo serve loro per pagare con denaro pulito la manovalanza, gli avvocati dei piccoli boss di quartiere e il mantenimento delle famiglie dei carcerati) e, inoltre, favoriscono l’investimento al nord dei grandi capitali (da riciclare) provenienti dal narcotraffico o dal traffico d’armi e quant’altro si può trafficare. Un mare di denaro che opportunamente ripulito dal passaggio in banche padane compiacenti fornisce possibilità di sviluppo ai vari colossi padani che pochi conoscono e che agiscono in tutto il mondo. Con la malavita si sta ripetendo esattamente quanto fecero nell’ottocento: reclutarono, con il pretesto di abbattere l’assolutismo dei Borbone e col miraggio del libero mercato, alcuni illusi idealisti e molta gente traffichina ed interessata, convincendole a supportare il loro disegno politico.

A tanta putredine non va dimenticato che il riassetto del sistema bancario attuale iniziò dopo l’azzeramento di tutta la classe politica napolitana. E guarda caso il riassetto ha consentito l’accaparramento, da parte di banche settentrionali, di tutto il risparmio e della clientela napolitana. All’epoca del riassetto, tutte le grandi banche erano state trovate dalla vigilanza Bit con crediti in contenzioso enormemente superiori a quelli del Banco di Napoli: 30.000 miliardi di lire la Bnl, 14.000 miliardi il San Paolo di Torino, 20.000 miliardi il Credito italiano, 10.000 miliardi il Banco di Napoli (ora si sa che questi ultimi crediti del Banco erano stati tutti recuperati). Nel ridisegno del sistema non fu un caso quello di decidere di sacrificare l’Istituzione bancaria più blasonata, il Banco di Napoli, creato cinquecento anni or sono. Era la banca che aveva il più potente manager DC, messo fuori gioco addirittura con la interdizione dai pubblici uffici. Era il territorio ove si era affacciato il nuovo governatore Bassolino che, nella riunione con i vertici San Paolo Imi, ebbe parole di compiacimento e salutò benedicendo l’arrivo della Banca San Paolo Imi.

L’obiettivo della concentrazione e del riequilibrio patrimoniale delle banche italiane all’epoca era necessario, tuttavia il complesso sistema di complotto a danno della Napolitania è tanto evidente che si capisce benissimo perché continuava sempre a perdere terreno. Le vicende del Banco di Napoli, infatti, mostrano come la Napolitania sia continuamente vittima di politiche che, oltre ad averlo privata dei suoi centri decisionali, ne hanno determinato la caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, poiché è risaputo che un’area trae notevoli benefici dalla presenza di un autonomo sistema bancario locale che di per sé favorisce la crescita di competenze professionali e manageriali e l’accumulo di capitale sociale e di progresso civile. Questo incommensurabile danno alla Napolitania è stato coperto con lo stesso inganno che ha mistificato l’invasione del Regno delle Due Sicilie, allora era per la “liberazione del Sud”, ora la fagocitazione del Banco di Napoli è avvenuta per “ragioni di mercato”.

Intanto l’ascara classe politica napolitana, priva da sempre di idee, fulminata dal vento impetuoso del crescente pseudo “meridionalismo” che avanza, sta gareggiando per accreditarsi nei vari “partitini per il Sud”. Per la maggior parte dei casi si tratta di trombati che cercano di riciclarsi. Si tratta cioè di personaggi a cui non interessa alcunché del cosiddetto “Sud”, ma solo di trovarsi una sistemazione e partecipare alla greppia dei rimborsi elettorali e non altro, come ci mostra la Lega padana. A costoro non interessa capire che non è un caso l’arretramento del Sud negli ultimi anni: nel ’95 le otto regioni napolitane nella classifica delle regioni europee erano tra il 112° posto e il 192°. Dieci anni dopo erano tra il 165° e il 200° posto. Né si chiedono a cosa è dovuto il continuo flusso migratorio verso il Nord e all’estero.

Gli ignavi politici napolitani pensano addirittura che sia veramente sorta una “questione settentrionale”, misconoscendo il fatto che in questi ultimi 15 anni è stata l’intera Italia ad indebolirsi. Sintomatico, invece, è l’indicatore della spesa pubblica per investimenti realizzati all’80% al Nord. Mentre al Sud ci sono stati quindici miliardi di euro di investimenti in meno per 14 anni. Naturalmente con questa politica padana il divario infrastrutturale tra Nord e Sud si è quintuplicato. Questo, in sommi capi, è la commemorazione che hanno fatto e, soprattutto, hanno voluto evidenziare – a sfregio del Sud – che napolitani e siciliani sono da 150 anni sotto il tallone padano.

Dopo il «risorgimento» si sono inventati il fascismo, poi il federalismo e oggi il governo Monti, complici come sempre gli ascari nostrani. E tutto ciò continuerà sempre se non li fermiamo. La cosa grave è che numerosissimi Enti e Comuni della Napolitania, non si sa quanto ignari o stupidi, hanno commemorato l’«unità», cioè il nostro servaggio. È come se in Israele festeggiassero Hitler e lo sterminio subìto.

Serve ancora altro per far capire che, per noi napolitani, riavere la nostra indipendenza è un fatto vitale? Più restiamo inerti e più i voraci cani padani continueranno ad azzannare le nostre risorse, sentendosi anche in diritto di offenderci impunemente.

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L’assoluta necessità di una Napolitania indipendenteultima modifica: 2012-04-05T11:17:06+00:00da tonyan1
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