UNITI PER IL FUTURO DELLA NAPOLITANIA

 

UNITI PER IL FUTURO DELLA  NAPOLITANIA

napolifolla.pngSolo a partire dal 1990 è iniziata la crescita di un sentimento identitario tra gli abitanti della Napolitania. A dare l’avvio è stata, confusamente all’inizio, l’opera appassionata di alcuni pochi studiosi, tra cui vari movimenti “meridionalisti”, che hanno diffuso notizie della nostra storia e le opere fondamentali di Giacinto De Sivo, Carlo Alianiello, Tommaso Cava, Antonio Gramsci, Nicola Zitara e tantissimi altri. Importante è stata anche la pubblicazione di alcuni pochi periodici, primi fra tutti “l’Alfiere” e la rivista “Due Sicilie”, pubblicati a prezzo di enormi sacrifici e che hanno notevolmente contribuito alla conoscenza della verità sulla cosiddetta “unità d’Italia” ed a svelare le falsità propagandate sul “risorgimento”. Poi, recentemente, vi è stata una valanga di pubblicazioni che ha moltiplicato la conoscenza che prima era soltanto di pochi.

Questa divulgazione è stata un’operazione rivoluzionaria ed ha avuto il grande merito di dare ai napolitani la spinta ad aprire gli occhi non solo sulle vere cause del sottosviluppo sociale ed economico in cui sono immersi, nella sudditanza in cui sono costretti da 150 anni, ma soprattutto ad interessarsi e ad appassionarsi della propria storia patria.

La diffusione di queste verità, tuttavia, è stata (ed è ancora) difficilissima per la mancanza dell’apporto necessario dei mezzi di informazione, tutti in mano allo Stato e ai grossi gruppi finanziari appartenenti per la maggior parte proprio agli interessati sostenitori dell’ “unità” italiana. Costoro, però, sempre per l’appassionata, continua e costante opera di divulgazione fatta, sono stati costretti, recentemente, ad ammettere qualche mezza verità quando queste si sono dimostrate palesemente evidenti e già conosciute dalla gente.

Ottenere, tuttavia, il definitivo successo per una totale conoscenza della verità sull’“unità italiana” da parte di tutto il nostro popolo è una lotta durissima. Questo in quanto le logge responsabili dell’ “unità” sono particolarmente numerose proprio nella Napolitania e nella Sicilia dove controllano tutto. Abbiamo il nemico in casa e numerosissimi sono i napolitani che, come nel 1860, si sono fatti abbindolare e funzionano da utili idioti di interessi non napolitani.

Occorre a tal proposito ricordare che i principali artefici delle annessioni al Piemonte, Mazzini, Garibaldi e Cavour, erano massoni e prendevano ordini direttamente dal Gran Maestro Venerabile della Gran Loggia di Londra Albert Pike tramite Lord Palmerston, allora ministro degli esteri inglese. La partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea fu decisa da Londra e non dal “genio” di Cavour. Quanto a Garibaldi, la spedizione dei “mille” fu studiata dalla massoneria inglese e da essa finanziata con una somma pari a diversi milioni di dollari in moneta attuale. La massoneria siciliana, già allertata dagli inglesi, si stava preparando da anni all’operazione ed aveva arruolato il fior fiore della delinquenza (che poi darà origine alla “mafia” istituzionalizzata) senza rendersi conto che tutto quello che faceva non serviva certo per la suggestiva idea dell’ “unità italiana”, ma serviva solo a rinsanguare le casse dell’indebitato Piemonte ed era utile alle mire imperiali di Londra che voleva eliminare un forte Stato nel Mediterraneo prima dell’apertura del canale di Suez.

Lo Stato italiano, come è ormai noto, è stato creato per opera di delitti, rapine e stragi. I barbari calati dal nord depredarono tutto quanto c’era da depredare. Nelle tasche savojarde finirono circa un miliardo e duecento milioni di lire di allora solo con la vendita dei beni demaniali napolitani di cui si erano impossessati con la violenza. Imposero centinaia di tributi, mentre prima ve ne erano solo quattro. La legittima reazione popolare fu chiamata “brigantaggio” e, su suggerimento di Pike, la reazione puntò a una pulizia etnica con la famigerata legge Pica. Fu profetico Francesco II quando dovette allontanarsi da Napoli: “Il Nord non lascerà ai napolitani nemmeno gli occhi per piangere”. La Napolitania, dunque, dal 1860 è diventata una colonia ed è costretta a mantenere questa funzione per alimentare gli interessi delle cosche finanziarie del Nord che sono filiazioni di quelle sette ancora e sempre più che mai al potere in Italia.

Lo Stato italiano, da tenere sempre a mente, è nato servendosi della criminalità organizzata. La mafia è stata creata e istituzionalizzata dai Piemontesi e fu il piemontese Giolitti che la innalzò a forza politica elettorale. La mafia è stata, poi, rinforzata e legalizzata dagli americani con lo sbarco in Sicilia nel 1943 con il compito di controllo del settore centro meridionale del Mediterraneo.

Da come si è costituito lo Stato italiano, dunque, e da come è la situazione internazionale, è facile capire perché nella Napolitania è diffusa la disoccupazione e perché il popolo napolitano ha cambiato i suoi sobri e corretti costumi a causa dell’azione corrosiva  della criminalità organizzata. Insomma la corruzione profonda che c’è in Italia, la totale assenza di ideali e la sola religione nel dio denaro ha dato luogo a una degenerazione senza precedenti che è ormai irreversibile in tutto il “sistema Italia”.

bandiera napolitana.PNGI risultati di questa politica di colonizzazione della Napolitania sono fin troppo evidenti laddove si considerano soltanto i dati (Svimez) delle infrastrutture che nel 1950, cioè dopo 91 anni dalla “unità” italiana, su un totale di 106.753 strade comunali, solo 42.897 fossero in Napolitania e in Sicilia, che pur avendo un territorio grande quasi 2/3 dell’Italia vi erano appena il 27,6 % delle linee ferroviarie statali e 69.128 ospedali contro i 290.094 del Nord. Nella stessa percentuale erano tutte le altre infrastrutture importanti. Questa evidente sproporzione indusse il governo De Gasperi ad istituire la Cassa del Mezzogiorno che stanziò miliardi per piani straordinari, ma dopo venti anni, mentre al Nord il reddito pro capite era aumentato del 77,41 %, nella Napolitania e nella Sicilia si era avuto un aumento di appena il 22,59 %. Inoltre solo in Napolitania non erano state costruite autostrade. Addirittura vi fu un calo della produzione agricola (dal 32,3 % al 20,1 %), fatto che prova come questi piani straordinari erano subdolamente serviti solo a permettere l’espansione delle industrie tosco-padane che avevano decuplicato la vendita di loro prodotti nella Napolitania, comprimendo o eliminando la produzione locale. La situazione attuale è ancora più devastante e fa sì che gran parte del reddito napolitano se ne va al Nord. Se questo reddito fosse invece investito in Napolitania per l’acquisto dei prodotti locali vi sarebbe un consistente incentivo per l’occupazione e per le nostre industrie. (Fonte: http://www.terranews.it/news/2010/12/il-sud-e-le-sue-ricchezze

Oltretutto nella Napolitania le assicurazioni e i tassi bancari sono i più cari d’Europa e persino il sistema della riscossione dei tributi è truffaldino, perché da una parte lo Stato pretende che tutti i cittadini paghino gli stessi tributi, dall’altra offre però nella sola Napolitania servizi pubblici inefficienti in condizioni d’insopportabile arretratezza e degrado delle strutture pubbliche (scuole, ferrovie, strade, sicurezza, giustizia ecc.).

Un altro fattore è ancora da tenere presente: tutti i governanti della Napolitania si sono trovati sempre a gestire gli interessi pubblici locali con risorse di molto inferiori a quelle messe a disposizione delle omologhe località del centro-nord. Lo Stato italiano, infatti, ha abbandonato la Napolitania a se stessa, scegliendo di promuovere aree già ben sviluppate del nord, senza curarsi nemmeno della minima vivibilità di quelle napolitane. Secondo un recente rapporto di Confindustria (Check up Mezzogiorno, 2009), il divario infrastrutturale della Napolitania sarebbe di 25 punti al disotto della media nazionale. Eppure già in un rapporto del 2004, lo Studio Ambrosetti aveva valutato che basterebbero meno di 200 miliardi di euro per gli investimenti infrastrutturali che farebbero recuperare il reddito pro capite dei residenti nella Napolitania rispetto alla popolazione del resto d’Italia (Rapporto Italiadecide, 2009), ma lo Stato consapevolmente non fa nulla in questa direzione.

Ormai la situazione della Napolitania è diventata insostenibile e la povertà ha raggiunto livelli allarmanti. Sono 150 anni che l’Italia va avanti in questo modo ed a questo punto bisogna domandarsi perché dobbiamo sopportare tutto questo. Perché non facciamo nulla di concreto? A fronte di questa gravissima situazione, i movimenti “meridionalisti” invece continuano a gingillarsi con sciocchi sentimentalismi, con assurde richieste di risarcimenti morali e materiali, a fare continue sceneggiate e incontri nostalgici con cene “borboniche”. Non riescono a capire che da sempre c’è una guerra contro di noi da parte delle cosche “risorgimentali”. Una guerra che non è mai finita e che mai finirà. “Fare solo cultura” è puerile e frena qualsiasi volontà di lottare per il nostro sviluppo. Questi sedicenti movimenti “meridionalisti”, chiusi nella loro turris eburnea, sono così stupidi che se qualcuno tenta di far loro capire questo, gli si accaniscono contro, come fanno i professori sugli alunni svogliati, tentando anche di screditarlo. Deformazione professionale, forse perché sono tutti insegnanti. Non si accorgono di essere defatiganti, facili all’intrigo e profondamente meschini. Se qualcosa non la fanno “loro” cercano in tutti i modi di affossarla. Con costoro non si può andare da nessuna parte e, come nel 1860, tradiscono senza neanche saperlo.

Gente come questa l’aveva ben inquadrata Ferdinando II che li disprezzava apertamente. “Pennaruli” li chiamava.

Prima che sia davvero troppo tardi è assolutamente necessario agire per il nostro futuro. Il modo con cui si svolge la politica italiana fa chiaramente capire che tutta l’attività politica italiana, interna ed estera, è una farsa e non cambierà mai, come provano i 150 di amministrazione prima savojarda e ora repubblicana. Sono cambiati i suonatori ma la musica è sempre la stessa e chi ci rimette sempre è la Napolitania. Anche i nostri deputati, incatenati in questo sistema, non possono che stare sempre a rimorchio del Nord e, in 150 anni, non sono mai riusciti a vedere approvata qualche loro riforma utile per la Napolitania e men che meno contrastare quelle per noi sfavorevoli.

Come avverrà per il prossimo federalismo che sarà letale per il nostro sviluppo, non certo perché non siamo capaci di autogovernarci, ma perché è un sistema che ci opprimerà ancora di più in quanto le leve del potere non sono a nostra disposizione. Vale a dire che qualsiasi cosa volessimo fare sarà sempre sotto il controllo delle cosche finanziare del Nord. Basta la semplice osservazione che a beneficiare del federalismo saranno principalmente le regioni settentrionali, mentre per la Napolitania saranno ingenti i tagli. Le città che principalmente dovranno fare i conti con una notevole diminuzione delle risorse saranno Napoli e L’Aquila.

Tutto ciò rende evidente che non possiamo stare inerti, ma è urgente compiere i primi passi per riavere la nostra indipendenza. Dobbiamo – noi popolo – liberarci da questa funerea coltre risorgimentale sotto cui lo Stato italiano nasconde questa subdola colonizzazione e tarpa le nostre coscienze da 150 anni. Eppure basterebbe fare questo federalismo in un altro modo. Ad esempio istituire un’Italia federale di sole 8 regioni: Val d’Aosta, Alto Adige, Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Napolitania, Sicilia e Sardegna. Questo intuitivamente basterebbe a frenare le malizie leghiste e, per noi, ad avere maggior possibilità di sviluppo trattenendo ogni fonte impositiva, come quella delle tasse portuali che da sole sono di circa venti miliardi di euro all’anno.

Noi del popolo raccogliamoci senza perdere altro tempo, uniamoci tutti senza nocive e puerili divisioni, e diamo inizio alla nostra legittima lotta per riappropriarci di ogni nostro diritto attualmente sotto il dominio delle cosche padane.

Antonio Pagano

 

UNITI PER IL FUTURO DELLA NAPOLITANIAultima modifica: 2010-12-28T07:41:00+00:00da tonyan1
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